USA Grand Circle

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Durata del viaggioDURATA VIAGGIO 14 Giorni Budget approssimativo a personaBUDGET A PERSONA Più di 2.000€ Diario di viaggio insiema aCON CHI In coppia Continenti VisitatiCONTINENTI VISTI America
Questo non è stato il nostro primo viaggio nei cosiddetti "parchi rossi", ovvero i parchi naturali tra Arizona, Utah e Nevada.
Nel lontano 2009 abbiamo fatto il nostro primo OTR in terra americana, visitando i parchi classici: Grand Canyon, Monument Valley, Zion, Bryce Canyon; e le città: Las Vegas, Los Angeles, San Francisco.

Nel 2019, abbiamo deciso di ripercorrere alcune di queste tappe, e colmare alcune gravi lacune, come Arches e Capitol Reef. Abbiamo abbinato alcuni grandi classici con mete più insolite, tralasciando ove possibile le mete più gettonate, a favore di attrazioni minori, ma ugualmente strabilianti. Per esempio, abbiamo scelto il Grand Canyon North Rim invece del South Rim, e il Secret canyon invece dell'Antelope, troppo affollato.

Ho creato un itinerario incentrato prevalentemente sul trekking, dando ampio spazio e tempo ai parchi naturali. Infatti, alla fine abbiamo fatto 2500 km in auto, e ben 200 km a piedi. Siamo stati anche aiutati da un tempo perfetto: niente pioggia, vento costante, e temperature che difficilmente superavano i 25°.

Come sempre, alcune mete sono state ben oltre le aspettative, per esempio White Pocket, mentre con altre attrazioni, come Capitol Reef, non è proprio scattata la scintilla. Ci siamo goduti i parchi meno affollati, mentre abbiamo fatto più fatica a digerire la gran quantità di persone al Bryce e allo Zion.

In generale, rispetto alla nostra visita nel 2009, abbiamo notato un grande incremento nel numero di visitatori, purtroppo spesso a discapito della qualità delle visite, del cibo, e degli alloggi. E ovviamente dei costi, decisamente lievitati rispetto a 10 anni fa.

E' un viaggio che consiglio a tutti, anche a chi non ha familiarità con gli USA. Non è faticoso in termini di guida, e molto appagante per gli occhi, con tutte quelle meraviglie naturali. Ovvio, ci vuole un pizzico di fortuna con il meteo.

IL periodo migliore sono le mezze stagioni, tra aprile e giugno e poi settembre e ottobre, per evitare gli affollamenti.

Stati Visitati: Stati Uniti d'America

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Valeria Rovellini Valeria Rovellini Visualizza Profilo

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Giorno 1

Partiamo da Milano in direzione Las Vegas, con un lungo scalo a Londra. Ho sempre il terrore di perdere la coincidenza, così tendo ad acquistare voli con scali più lunghi. Abbiamo prenotato con British Airways non senza qualche perplessità, dovuta principalmente alla Brexite e ai numerosi scioperi.

In effetti, prima della partenza ci hanno cambiato più volte gli operativi dei voli, ma fortunatamente non è più successo nulla né a ridosso della partenza, né durante il viaggio. L'unico problema sono state le procedure a rilento a Malpensa, a causa della chiusura di Linate.

Atterriamo a Las Vegas alle 19.30 circa ora locale. Ritiriamo la nostra auto, un SUV comodo e spazioso, alla sede Avis, e ci dirigiamo subito verso il nostro hotel, vicino all'aeroporto, scelto perché domattina partiremo presto, e non volevamo spendere le cifre astronomiche della Strip per una notte che sapevamo non ci saremmo goduti.

Giorno 2

Il jet lag colpisce, come sempre, e alle 6 siamo già in sala colazione, pronti a partire per la nostra avventura.
Dopo aver acquistato il necessario per l'OTR (acqua, gatorade, panini, snack e soprattutto il frigo di polistirolo) ci dirigiamo verso la nostra prima meta: la Valley of Fire.

La Valley of Fire è un parco statale del Nevada, quindi visitabile sono con pagamento del biglietto di ingresso, anche se si in possesso della tessera annuale dei parchi. Il costo è di 10$ a veicolo.
Un fazzoletto di terra rosso fuoco, con una sola strada asfaltata che la attraversa, e diversi sentieri di trekking.

Noi scegliamo il sentiero per la Fire Wave, uno dei più gettonati. 2 km a/r per vedere un'onda di roccia multicolore, molto bella. Peccato che faccia caldissimo, oltre 30° nel deserto del Nevada.
Rinunciamo agli altri sentieri che avevamo programmato, come quello per White Domes, e ci limitiamo a percorrere la strada panoramica, sostano ai vari punti di interesse.

L'unica altra camminata che ci concediamo è per il Pink Canyon, un breve sentiero di 1 km in uno stretto canyon dalle pareti di liscia arenaria rosa.

Terminiamo il percorso panoramico in auto, vedendo tutti gli altri punti panoramici, soprattutto la Elephant Rock, una roccia che, vista da una particolare angolazione, assomiglia ad un elefante.

Il pomeriggio è interamente dedicato allo spostamento verso il Grand Canyon North Rim, dove arriviamo con circa un'ora di ritardo a causa di alcuni lavori in strada.
Non facciamo in tempo a goderci il tramonto, ma il panorama dal Lodge, l'unico hotel/ristornate della zona per almeno 100 km, è davvero notevole.
Dopo cena, usciamo per fare alcuni suggestivi scatti in notturna, per poi tornare nella nostra baita nel bosco, caratteristica ma pagata a peso d'oro per via della posizione.

Giorno 3

Approfittiamo ancora del jet lag e usciamo prestissimo, per ammirare l'alba al Bright Angel Point, il punto panoramico più vicino al Lodge, ad appena 1 km di distanza, lungo un percorso semplice e pavimentato, adatto a tutti.
L'atmosfera è magica, soprattutto perché siamo solamente in tre persone a goderci lo spettacolo. Il Grand Canyon, nonostante sia la nostra terza visita, non manca mai di stupire.

Il North Rim è simile e allo stesso tempo diverso dal South Rim, il versante del Grand Canyon più visitato. Per cominciare, fa più freddo e siamo più in alto, a circa 2500 metri. Inoltre, il canyon non si estende in orizzontale, con ampi spazi panoramici, ma è piuttosto ramificato, un'estensione dei promontori di roccia del Colorado Plateau. Il canyon qui è più nascosto, da scoprire.
La sua caratteristica saliente è la solitudine. Qui non dobbiamo sgomitare per portare a casa uno scatto.

Continuiamo lungo la Cape Royal Road. Proprio Cape Royal è il nostro primo obiettivo, un punto panoramico al termine di un trail (sentiero di trekking) ancora una volta semplice e ben tenuto, adatto a tutti. IL panorama spazia su formazioni rocciose come Wotans Throne, Vishnu Temple, e Freya Castle. In lontananza, con un buon occhio è possibile individuare la torre di avvistamento di Desert View, sul South Rim.

L'altro trail di oggi è quello per Cape Final, più impegnativo con i suoi 6 km e un discreto dislivello, di circa 150 metri. Al termine del percorso, il Canyon ci avvolge in tutta la sua maestosità, con una vista a 180 gradi su Jupiter Temple e il Colorado Plateau.

Terminiamo la strada panoramica fermandoci agli altri punti di interesse, che però non ci suscitano la stessa ammirazione di quelli appena visti. Forse perché gli altri panorami ce li siamo guadagnati camminando.

Sono ormai le 15 quando ci mettiamo in marcia per Kanab, che raggiungiamo attorno alle 18 per effetto del cambio d'ora (lo Utah in estate è avanti di un'ora rispetto all'Arizona.

Giorno 4

La giornata di oggi è interamente dedicata ad un'escursione molto particolare, verso White Pocket. Un'attrazione semi-sconosciuta del nord dell'Arizona, che in effetti anche per noi è stata un po' un rimpiazzo.
Noi avremmo voluto visitare The Wave, un'area di roccia rossa con particolari effetti "ad onda". Purtroppo, The Wave è visitabile solamente con una lotteria online o sul posto (con grande perdita di tempo), e noi non siamo riusciti ad ottenere un biglietto. Per questo, abbiamo optato per White Pocket, che invece non richiede nessun permesso speciale.

Poiché l'attrazione è a due ore di auto, quasi tutto su sterrato, ci affidiamo alla Dreamland Safari, un tour operator locale. Siamo un gruppo di soli 5 turisti, e la nostra guida Steve ci accompagna per tutto il giorno dentro a questa particolare area naturale caratterizzata da rocce di arenaria multiforme e multicolore.
croste di un bianco accecante fanno da copertura ad un interno di roccia rossa, con striature che la fanno sembrare composta da soffice panna montata. Gli scorci panoramici sono incredibili, e sembra davvero di stare su un altro pianeta.
In questa zona ci sono anche alcuni pittogrammi fatti dalla popolazione nativa diversi secoli fa.

Quando Steve ci riporta a Kanab, noi partiamo subito alla volta di Page, la nostra meta per le visite di domani mattina.
Lungo la strada, ci fermiamo per la veloce visita di Toadstoool Hoodoos, un semplicissimo trail di circa 2 km a/r per vedere gli hoodoos, ovvero degli spuntoni di roccia sormontati da una cupola di granito. per questo si chiamando Toadstool, che altro non è se non i classico funghetto velenoso rosso e bianco. Nulla di velenoso in queste rocce che, anzi, sono l'attrazione perfetta per far sgranchire le gambe ai bambini, per chi viaggia in famiglia.

Giorno 5

La giornata comincia prestissimo, ancora prima di fare colazione siamo già al parcheggio dell'Horseshoe Bend, l'iconica insenatura a ferro di cavallo del fiume Colorado.
L'avevamo già vista nel 2009 e, complice la folla e la luce non ottimale, non scatta l'effetto wow. Sarà anche che, nel corso di questi 10 anni, abbiamo visto molte altre meraviglie in terra americana.

Dopo essere tornati in hotel per la colazione e il checkout, alle 9 partiamo per la visita del Secret Canyon. come dicevo nell'intro, abbiamo preferito questo al più gettonato Antelope, che avevamo già visitato nel 2009. La tipologia di canyon è la stessa, una stretta stradina tra alte pareti di arenaria rosa che si chiudono a volta, facendo passare giusto un filo di luce. Noi purtroppo non siamo arrivato all'orario più consono, cioè intorno a mezzogiorno, quando i raggi del sole filtrano tra le fessure del soffitto, creando effetti a dir poco magici. Per contro, ci possiamo godere il canyon in totale solitudine, cosa impossibile all'Antelope. Siamo io, Davide, e un'altra signora.

Il tour termina alle 12, e noi subito ci spostiamo verso la Monument Valley, dove arriviamo alle 15.30 perché, di nuovo, perdiamo un'ora di fuso orario. La Monument Valley è a metà tra Utah e Arizona, ma adotta l'orario del primo.
Per prima cosa facciamo il check in nella nostra baita con vista, che ci è costata un occhio della testa, ma lo spettacolo vale ogni centesimo.

Imbocchiamo subito la loop road, una strada sterrata di circa 16 miglia che corre lungo il pavimento della valle, in mezzo ad enormi rocce rosse che sembrano essere state messe lì dalla mano dell'uomo. Questo è il west per eccellenza, un luogo che tutti vogliono visitare almeno una volta nella vita.
Peccato che, rispetto al 2009, anche qui ci sia molta più gente, e i nativi si sono attrezzati di conseguenza, con bancarelle di souvenir e improbabili fattorie per i bambini. A John Ford point, un povero cavallo passa la giornata sotto il sole, mentre i turisti ci salgono sopra per farsi una foto ricordo. Terribile.
Ciò non guasta, tuttavia, il meraviglioso panorama che abbiamo davanti, dei veri monumenti di roccia in mezzo al nulla.

Terminiamo poco prima del tramonto, che ci godiamo dal parapetto del parcheggio. Il tramonto è magico, perché il sole scende proprio dietro di noi, illuminando di mille sfumature calde le tre mesa principali.
Dopo cena, una volta calato il buio, torniamo fuori, muniti di torcia, per provare a fare qualche scatto notturno. Che non mi viene benissimo, ma in compenso godiamo di uno straordinario cielo stellato, con tanto di luna che sorge proprio dietro le mesa.

Giorno 6

Ci alziamo prima dell'alba per andare ad ammirare la Monument Valley anche in questo momento della giornata.
L'alba non è bella quanto il tramonto, perché il sole sorge dietro le Mesa, che sono sempre in controluce.

Ci rimettiamo in auto, la nostra meta per la giornata sarà Moab, dove ci fermeremo tre notti. Lungo il tragitto, però, dobbiamo visitare il famoso "Trittico di Mexican Hat", tre belle attrazioni naturali: Gooseneck State Park, Muley Point, Valley of the Gods.

Per prima cosa però, non ci facciamo mancare la foto dal Forrest Gump Point, lungo la UT-163, il punto in cui Forrest Gump smette di correre dicendo "sono un po' stanchino".

Entriamo nello Utah, che sarà la nostra casa per la prossima settimana, e cominciamo dal Mexican Hat, uno spuntone di roccia che dà il nome alla città in cui si trova. La sua forma è molto particolare, essendo sormontato da una specie di cappello, che lo fa assomigliare a un messicano che fa la siesta.

Per primo visitiamo Gooseneck State Park (ingresso 7$), dove il fiume San Juan produce ben due anse a ferro di cavallo, scavate in profondità nella morbida roccia.
lo spettacolo è notevole, ma il ticket di 7$ è un po' caro, considerando che non c'è molto altro da fare.

Riprendiamo la UT-261 verso nord-ovest, imboccando la strada sterrata Moky Dugway, un tratto divertente di stretti tornanti, dove occorre fare molta attenzione per la mancanza del guard rail.
Da qui, una strada sterrata ben tenuta porta a Muley Point, il punto panoramico più bello dell'Ovest Americano. Il deserto dello Utah ci si para davanti a perdita d'occhio. Sotto di noi, il Gooseneck, e all'orizzonte si intravede la Monument Valley.

Scendiamo e imbocchiamo un'altra strada sterrata, quella che percorre l'interno della Valley of the Gods. Fate attenzione sulle sterrate, perché le assicurazioni non coprono in caso di incidenti o danni alla vettura occorsi su sterrato.
La Valley of the Gods è una specie di Monument Valley in miniatura, si guida sempre tra immensi pinnacoli rosso fuoco, dalle forme e dai nomi più bizzarri. E' un'attrazione cgratuita, almeno per il momento.

Nel pomeriggio ci limitiamo al lungo spostamento verso Moab, sempre intercalato da numerosi lavori stradali, che negli USA non mancano mai.

Giorno 7

Cominciamo la nostra esplorazione delle meraviglie naturali attorno a Moab con l'Arches National Park, la zona con la maggiore concentrazione di archi naturali di tutti gli Stati Uniti.
Il motivo risiede nella tipologia di roccia, che erode a strati, creando dei semicerchi di pietra. Con il tempo, anche l'interno del semicerchio si svuota, lasciando il posto all'arco.

Cominciamo subito dall'attrazione principale, il Landscape Arch, molto famoso perché è un vero arco, non supportato da pareti.
Il percorso a piedi è lungo 2 miglia a/r, ma l'andata è tutta in salita e, con il caldo, può essere molto faticosa. Non non ne risentiamo, perché è mattina presto e c'è un'ottima temperatura. Arriviamo all'arco, che è splendido anche se la luce migliore è nel pomeriggio. E' molto più grande di quello che ci si aspetta, e c'è già una coda di turisti che vogliono farsi la foto sotto l'arco.
Se volete vederlo con la luce migliore, dovete visitarlo al tramonto, ma attenzione alla folla, al caldo, e al rientro al buio.

Ci spostiamo alla zona del Devil's Garden, all'estremità settentrionale del parco, dove imbocchiamo un altro trail, che ha come attrazione principale il Landscape Arch. Questo è un arco larghissimo e sottilissimo, incredibile che sia ancora in piedi, perfetto da vedere al mattino perché è illuminato direttamente. Questo sentiero è più semplice, e si possono ammirare anche altri archi: Pine Tree e Tunnel Arch. Se volete proseguire per Navajo Arch e Double O Arch, il sentiero si fa più faticoso ed in salita. Noi non ce la siamo sentita.

Pranziamo velocemente in un'area picnic, e poi andiamo a vedere altri archi: Skyline Arch, San Dune Arch, Broken Arch, Tapestry Arch. Alcuni di questi si vedono già dalla strada, per gli altri è necessario incamminarsi lungo i semplici sentieri di trekking.

Nel pomeriggio ci spostiamo verso la sezione "windows", dove si trovano ancora altri archi, tra cui i due chiamati, appunto, windows. Sono uno accanto all'altro e, da lontano, sembrano quasi una maschera, con occhiali e nasone. Dietro di loro, il Turret Arch, un arco che si sviluppa in verticale. Dall'altro lato del parcheggio andiamo a vedere il Double Arch, con una doppia arcata a croce.

Con gli archi abbiamo terminato, ma ci resta ancora la zona di Park Avenue, così chiamata perché il sentiero scende in una vallata fiancheggiata da alte scarpate rocciose a punta, come se ci trovassimo in centro a Manhattan, circondati da grattacieli di roccia rossa.

Torniamo a Moab sfiniti, in tempo per la cena.

Giorno 8

Oggi ci spostiamo in un altro parco nazionale, Canyonlands. Sono un po' dubbiosa, perché quasi tutti quelli che vengono qui lo fanno per percorrere la Potash Road, una lunga strada sterrata che collega Moab con il parco. Noi non la vogliamo fare, perché è troppo lunga e non ben tenuta, e temiamo di avere incidenti non coperti dall'assicurazione. Per questo, temo che non troverò molto da fare nel parco, ma mi sbaglierò di grosso.

Prima, però, ci aspetta il Corona Arch, un arco di pietra che si trova fuori dal parco nazionale di Arches. Per arrivare, da Moab percorriamo la UT-279 lungo il fiume Colorado, fino al parcheggio.
Il trail è lungo un miglio a tratta, ed è molto bello e panoramico. segue per un tratto il fiume, poi attraversa la ferrovia e si arrampica nel canyon, con tratti scoperti. E' molto divertente da percorrere, e il Corona Arch è persino più bello ed imponente degli archi visti nel parco nazionale.

Arriviamo a Canyonlands a metà mattina, e andiamo subito nel punto più a sud, Grand View Point. La vista lascia senza parole, è da vertigini. Davanti ai nostri occhi e sotto di noi, una distesa sconfinata di squarci nel terreno e pinnacoli come se una mano gigante avesse graffiato la terra. Siamo davvero nella terra dei canyon!
Percorrendo il sentiero di circa 3,5 km a/r, si arriva a un punto panoramico ancora più bello, immensi spazi aperti a perdita d'occhio, rocce di ogni colore e forma, sembra impossibile che la città sia a soli 50 km.

Pranziamo nell'area picnic del White Rim trail e poi percorriamo anche questo, visto che la temperatura lo consente. La lunghezza del sentiero è sempre più o meno un miglio a tratta. I panorami non cessano di stupire. Da qui stiamo guardando ad est, vero moab. Lo squarcio nel terreno è sulla nostra destra, da qui si vede la Potash Road, e si mette in prospettiva la reale estensione dei canyon. Alla nostra sinistra, terreno e rocce rosse a perdita d'occhio.

Spostandoci dall'altra parte del parco, percorriamo la Upheaval Dome Road, dove si trovano altri punti panoramici e sentieri di trekking. Noi purtroppo non abbiamo più tanto tempo, e dobbiamo per forza proseguire in auto. I panorami da qui non ci colpiscono quanto i precendeti, così torniamo sui nostri passi per vedere il Green River Overlook. Questo, sì, ci lascia senza parole. IL fiume si intravede tra le alti pareti del canyon che lui stesso ha scavato, nel corso dei secoli.

L'ultima tappa è Mesa Arch, famoso per le sue spettacolari albe, con il sole che sale proprio sotto all'arco. Noi siamo qui nel pomeriggio, ma il panorama è comunque impressionante, sterminato.
Prima di uscire, ci fermiamo allo Shafer Trail Viewpoint, da cui è possibile ammirare i vertiginosi tornanti della Potash Road, che noi abbiamo deciso di non percorrere.

Canyonlands è stato, senza ombra di dubbio, la grande sorpresa della nostra vacanza.

Prima di tornare a Moab, facciamo tappa al Dead Horse Point State Park. Essendo un parco statale, dobbiamo pagare la tariffe di ingresso di 20$ a veicolo. Vale per tutto il giorno, ma la considero comunque spropositata rispetto a quello che il parco offre. Che è, sostanzialmente, un punto panoramico. Diversi punti panoramici, per l'esattezza. Che sono stupendi, nulla da dire, ma 20$ sono davvero tanti. il Dead Horse Point State Park è famoso per i suoi tramonti infuocati sul canyon scavato dal Clorado, per il panorama sulle azzurre vasche di potassio che danno il nome alla Potash Road, e perché qui è girata la scena finale di Thelma e Louise, quando le ragazze finiscono nel canyon con la loro auto.

Giorno 9

Lasciamo Moab a malincuore e partiamo alla volta di Capirol Reef, un parco nazionale dello Utah spesso tralasciato dei viaggi nell'ovest americano.

Prima, però, ci fermiamo al Gobln Valley State Park. Di nuovo, stiamo parlando di un parco statale, dobbiamo quindi pagare i 15$ di ingresso. Questo parco è la più grossa delusione della vacanza. Consiste in una spianata costellata di tanti funghetti di pietra, come in un villaggio dei puffi. e Il sentiero di trekking indicato sulla cartina ufficiale non porta da nessuna parte, segue solo il letto asciutto di un torrente, e ci fa perdere quasi un'ora, perché è difficile da seguire e per trovare l'uscita dobbiamo arrampicarci, sprofondando a tratti nel terreno soffice.

La vallata è carina, ma senza dubbio non vale i 15$ spesi, ci sono attrazioni di gran lunga migliori, comprese nella tessera annuale dei parchi. Se pensiamo che con 80$ si acquista il pass per visitare tutti i parchi nazionali per un anno intero, la spoporzione è ancora più evidente.

Arriviamo a Capitol Reef all'ora di pranzo, passeremo in pomeriggio qui. La zona di Fruita è in assoluto la più bella del parco. Siamo in una verde vallata piena di frutteti, dai quali è possibile raccogliere la frutta e mangiarla al momento. La Gifford House ci si trova proprio in mezzo, e vende delle enormi crostate di frutta fresca che sono la fine del mondo. Questo era un insediamento mormone, e ci sono ancora delle costruzioni, come i granai e l'officina del fabbro. Sembra di stare in un racconto bucolico, mancano solo i contadini che passano con il carretto.

Percorriamo in auto la Scenic Drive, una strada senza uscita di circa 13 km, da cui si snodano diversi sentieri di trekking. Dopo le foto di rito alla scarpata di roccia rossa che dà il nome al parco, scegliamo il Capitol Gorge Trail, 6 km in piano lungo il letto asciutto del torrente. Alzando gli occhi sulla liscia parete di roccia, si possono vedere le iscrizioni lasciate nel tempo dai vari esploratori dell'area. Al termine del sentiero, salendo un pochino si possono vedere della vasche di acqua.

Torniamo nella zona di Fruita, purtroppo non ci resta tempo per fare l'altro sentiero che avrei voluto, il Cohab Canyon, dal quale dicono esserci delle splendide viste sui frutteti. Ci limitiamo ad andare a vedere i curiosi pittogrammi dei nativi sulle pareti di roccia che fiancheggiano il Fremont River, e poi andiamo a vedere i caldi colori del tramonto ai punti panoramici Sunset Point e Gooseneck Overlook. Da qui, la vista spazia su tutto il parco, e sulle strette e profonde anse del Sulphur Creek, con più di un punto a strapiombo sul canyon.

Il nostro hotel è a Torrey, e purtroppo domani non avremo tempo di tornare nel parco.

Giorno 10

Lasciamo Capitol Reef con un po' di amaro in bocca. Con il parco non è scoccata la scintilla, ma temo sia a causa del tempo risicato che abbiamo avuto a disposizione.

Ci incamminiamo lungo la UT-12, una delle più belle strade panoramiche degli USA. Guidiamo tra panorami mozzafiato, splendide vallate e alte cime (1800 metri nel punto più alto).
Poco dopo la cittadina di Boulder comincia l'Hogback, un tratto di strada senza guardrail, sulla cima di uno stretto altopiano a strapiombo sull'Escalante National Monument.
Lasciamo la strada, e proseguiamo a piedi per il lungo sentiero di trekking che porta alle Lower Calf Crek Falls. Il percorso è in piano, ma lungo ben 4,5 km a tratta. Non è impegnativo, ma il sole a picco lo rende abbastanza faticoso. Fatica ripagata ampiamente dalle bellissime cascate, incastonate tra la roccia in un arcobaleno di colori, dal giallo al verde al blu.
Consumiamo qui una merenda, godendoci la fresca brezza in mezzo agli alberi.

Ci fermiamo per pranzo al Kiva Koffeehouse, un bar con una spettacolare vista panoramica sull'Escalante.
Continuiamo lungo la strada panoramica, fermandoci a fotografare i punti più belli di questo paesaggio roccioso così particolare, dai mille colori, rimpiangendo di non aver dedicato più tempo a questa regione.

Man mano che ci avviciniamo al Bryce Canyon, il paesaggio cambia e si fa più montano, e si cominciano a vedree le tipiche rocce di arenaria rosa che caratterizzano la regione.

Il Bryce Canyon è per noi un piacevole ritorno, avendolo già visitato 10 anni fa. per questo motivo, invece che buttarci subito nella zona più visitata, il cosiddetto "anfiteatro", andiamo a percorrere la strada panoramica meno battuta, che porta nella parte più selvaggia del parco. Agua Canyon, Ponderosa Canyon, Rainbow Point.. questi alcuni dei punti panoramici che vediamo. Sicuramente non sono spettacolari come quelli principali, questo perché la concentrazione di hoodoos, i pinnacoli di roccia, qui è inferiore rispetto all'anfiteatro. Anche il tempo, freddo e nuvoloso, non è dalla nostra parte.
Ora, però, possiamo dire di aver visto il Bryce Canyon nella sua interezza!

IL tramonto non regala soddisfazioni, ma in serata in cielo si apre, e ne approfittiamo per rientrare nel parco ad ammirare le stelle.

Giorno 11

Si comincia prima dell'alba, che vogliamo vedere dal punto omonimo, Sunrise Point. Ovviamente, abbiamo avuto tutti la stessa idea. C'è una gran folla e noi siamo un po' in ritardo, così dobbiamo rinunciare a piazzare il cavalletto, e accontentarci di qualche scatto rubato tra le spalle di chi si è posizionato ben prima di noi.
A prescindere dalla congestione, l'alba al Bryce Canyon è uno spettacolo della natura. Il sole colpisce direttamente gli hoodos, incendiandoli di tutte le sfumature immaginabili di arancio e rosa, con un effetto teatrale.

Dopo aver fatto un'abbondante e calda colazione, torniamo a Sunrise Point per cominciare il sentiero più impegnativo della giornata: Queen's Garden e Navajo Loop. Sono due sentieri, che però di intersecano alla base, e possono essere combinati per un percorso totale di circa 6 km. Si comincia da Sunrise Point e si arriva a Sunset Point, o viceversa.
Noi scegliamo la prima opzione, e cominciamo il trail, mettendoci molto più del dovuto perché scattiamo in continuazione foto al panorama. Da sotto, gli Hoodoos sono incredibilmente imponenti, e i loro colori sembrano finti. Sembra di camminare in un villaggio delle fate (il nome italiano degli hoodoos, in effetti, è proprio "camini delle fate")

La zona più bella è quando comincia il Navajo Loop, e si risale l'anfiteatro in una serie di faticosi tornanti. Questa parte si chiama appropriatamente "The Wall", il muro.

Una volta tornati al bordo del canyon, facciamo la passeggiata che collega i due punti panoramici. Dovete sapere che al Bryce Canyon è possibile seguire tutto il percorso dell'anfiteatro con un comodo sentiero pavimentato, e che i punti panoramici principali sono collegati con una navetta gratuita. Il parco è quindi fruibile anche da chi ha scarsa mobilità o viaggia con anziani e bambini.

L'ultimo punto panoramico è Faryland Point, da cui parte un bellissimo sentiero, che però è anche molto impegnativo, sono più di 10 km con un dislivello di ben 500 metri.

Lasciamo il Bryce Canyon per l'ultimo parco nazionale di questa vacanza, lo Zion National Park, anche questo già visitato nel 2009. Lo Zion era praticamente sconosciuto fino a pochi anni fa, ed è poi salito alla luci della ribalta grazie a (o per colpa di) social network come Instagram, che ne hanno diffuso le bellezze in tutto il mondo, ed ora tutti vogliono visitarlo.
Purtroppo, però, il parco non è così facilmente fruibile come può essere il Bryce Canyon o il Grand Canyon. Si tratta, infatti, della vallata del Virgin River, stretta tra i fianchi delle montagne. In estate, si può percorrere la strada panoramica solo con la navetta, o a piedi / in bici. La macchina va lasciata o al Visitor Center (se si trova posto), oppure nell'adiacente Springfield, alla modica cifra di 20$. Tutto ciò prolunga notevolmente i temi di visita. La navetta impiega 40 minuti dal Visitor Center al Temple of Sinawava, a cui vanno aggiunti i tempi di attesa e l'eventuale navetta da Springfield al parco.

Ma andiamo per gradi. Arriviamo al parco dalla bellissima UT-89, un'altra strada panoramica dello Utah, e, prima di entrare a Springfield, percorriamo il bel sentiero Canyon Overlook, solo 1 km in leggera salita, che porta a uno spettacolare punto panoramico sulla vallata e su Springfield.

Il lungo Zion-Mount Carmel Tunnel, molto trafficato, ci porta in centro a Springfield. Decidiamo di andare subito in hotel, e lasciare lì l'auto per cominciare la visita del parco. Notiamo immediatamente che la gente è davvero tanta. Avremmo voluto fare più sentieri, ma i tempi si dilatano a causa delle lunghe attese, e dobbiamo per forza limitarci a quello per le Lower Emerald Pool.
Inoltre, diversi sentieri sono chiusi a causa di una serie di frane avvenute durante l'estate.
Il sentiero è breve e semplice, ma un po' deludente, perché le emerald pool tutto sono tranne che color smeraldo. Sono delle pozze d'acqua piuttosto sporca e stagnante, non ci dicono nulla.

Fortunatamente, dal giardino dell'hotel riusciamo a godere in un tramonto davvero indimenticabile.

Giorno 12

Oggi facciamo l'ultimo sentiero di trekking della vacanza, che però sarà anche il più impegnativo. Si tratta del celeberrimo Angel's Landing, 9 km a/r, con un dislivello di 600 metri circa, tutto all'andata. In pratica, l'andata è tutta in salita, con tratti scoperti in cui ci si deve arrampicare tenendosi alle catene.

Ahimè, molti sottovalutano questo sentiero, e si infilano in situazioni abbastanza pericolose perché non hanno la preparazione fisica per portarlo a termine. Inoltre, questo percorso non è adatto a chi soffre di vertigini, a causa dei punto a strapiombo.

Perdiamo circa un'ora per arrivare all'imbocco del sentiero, presso la fermata della navetta "The Grotto". Fortunatamente sono le 9.30, e la temperatura è fresca. Impieghiamo circa 1 ora e venti per raggiungere la vetta. La prima parte del sentiero è faticosa ma semplice, mentre nella seconda parte bisogna prestare molta attenzione, soprattutto a causa della tanta gente. Si creano delle vere e proprie code, e bisogna passare a turni che perché il percorso praticabile è stretto.
Arrivati in cima, però, non solo godiamo di un panorama mozzafiato, ma abbiamo anche la grandissima soddisfazione di avercela fatta. Siamo a strapiombo sul Virgin River, su uno spuntone di roccia, una visuale che fa venire i brividi lungo la schiena.
Quando siamo ormai di nuovo al parcheggio, vediamo molte persone che si incamminano ora per il sentiero. Sono le 12.30 e ci sono quasi 30 gradi, non penso che queste persone ce la faranno ad arrivare in cima.

Ci sarebbero ancora molte cose da vedere allo Zion, ma noi purtroppo non ne abbiamo né il tempo né la voglia, siamo veramente stanchi, e così torniamo in hotel e riprendiamo l'auto in direzione della nostra ultima tappa, la città del peccato. Las Vegas, arriviamo!

Preso possesso della nostra stanza al Park MGM (ex hotel Montecarlo), andiamo subito a cena al Buffet dell'hotel Bellagio.
Non perdiamo molto tempo a visitare gli hotel, per me questo è il terzo passaggio, mentre Davide è addirittura alla quarta visita.

Dopo cena, anche se stanchissimi, non ci facciamo mancare una serata country al Glley's Saloon del Treasure Island.

Giorno 13

Una breve ma doverosa digressione su Las Vegas: la Strip, ovvero la via centrale, che collega i maggiori hotel, è molto più lunga di quanto sembri. Per esempio, dal Mandalay Bay al Treasure Island sono ben 4 km, a cui dovrete aggiungere tutti i km che si fanno dentro gli hotel, che sono molto grandi e dispersivi. Non sottovalutate questo aspetto e utilizzate, dove possibile, le navette gratuite per risparmiarvi un po' di strada a piedi. L'uso dell'auto è sconsigliato, ma volendo potete usare il bus.

Oggi e domani saranno due giornate di relax. Cominciamo con una colazione a buffet al lontanissimo Mirage, colazione che ci basterà fino a cena. Dopo questa, andiamo a vedere i famosi fenicotteri dell'hotel Flamingo.
Nel pomeriggio, io e Davide dividiamo le nostre strade. Lui se la spassa tra piscina e palestra in hotel, mentre io giro per fare shopping e qualche giro sulla giostra dell'hotel New York.

Ci ricongiungiamo a metà pomeriggio per andare a vedere la bella mostra sul Titanic all'hotel Luxor, dove è custodito, tra gli altri reperti, un pezzo della carena dello sfortunato transatlantico. Il resto della nave è destinato a scomparire nelle profondità dell'Atlantico, mangiato da alghe e batteri.

Ceniamo al Burger Bar di Gordon Ramsay, e poi un'altra serata di country, sempre al Gilley's Saloon del Treasure Island.

Giorno 14

Ultimo giorno di vacanza all'insegna del relax. Dopo l'abbondante colazione al Mandalay Bay ci trasferiamo alla piscina dell'hotel, da cui riemergiamo a metà pomeriggio.
Facciamo un giretto di shopping lungo la strip, ceniamo al Cheesecake Factory del Caesar's Palace, e poi ci spostiamo al Grand MGM, dove abbiamo prenotato lo spettacolo Zumanity del Cirque di Soleil.

Abbiamo scelto questo perché era il meno caro. E' lo spettacolo in versione "sexy", con meno acrobazie e più momenti di ilarità grazie alla simpatica drag queen. Pur non essendo al livello di altri spettacoli del Cirque, ci divertiamo molto.

Purtroppo anche questa intensa vacanza è giunta al termine, domani avremo l'areo a mezzogiorno, il che significa che dovremo lasciare l'hotel e Las Vegas in mattinata.

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