La capitale delle luminarie. Scorrano.

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Un viaggio in Salento, territorio arcaico e immutabile, tutto da esplorare. Le luminarie, la processione, la folla. La vita scandita dalle feste religiose.

Stati Visitati: Italia

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Giorno 1

Al passaggio della statua di Santa Domenica traballante sulla portantina ricoperta di fiori, pennacchi e rosari, gli occhi dei fedeli si fanno lucidi. Tra squilli di tromba e marce di Verdi, stendardi e gonfaloni, tutti cercano almeno una volta di avvicinarsi alla statua per accarezzarla e poi baciarsi le dita o farsi il segno della croce. Altri sollevano i bambini più piccoli per fargli sfiorare il vestito o si accalcano per spillarle addosso banconote da 5 e 10 euro. Dai balconi la gente applaude e butta coriandoli e fiori, esplodono botti e mortaretti, il profumo d’incenso si mescola all’odore di polvere da sparo.
Sto seguendo la processione che si svolge ai primi di luglio in onore di Santa Domenica, la patrona di Scorrano, un paese di settemila abitanti conosciuto come “la capitale delle luminarie”. Stasera, per vedere lo spettacolo delle luminarie più alte del mondo, sono in arrivo cinquantamila persone.

In Puglia fuochi d'artificio e luminarie incorniciano da sempre le feste patronali, ma a differenza dei primi, che dopo una fugace apparizione si lasciano morire nel buio in una silenziosa cascata di luci, le seconde illuminano il paese dall'imbrunire a notte inoltrata, per diversi giorni, lasciando all’incantamento il tempo di pervaderci.

Il corteo, preceduto da banda musicale, carabinieri in alta uniforme e parroco con reliquiario in mano, è partito un’ora fa dalla Chiesa Madre dopo la Messa che dà il via alle celebrazioni. Mentre assistevo alla funzione osservavo, lungo la navata centrale, i banchi dove erano sedute le donne più anziane percorsi dall’incessante sfarfallio dei ventagli. Quel continuo sventolare, mi ha fatto ripensare a un oggetto regalatomi tempo fa da un amico, un ventaglio devozionale: un semplice bastoncino di legno a sostegno di una bandierina di cartone sulla quale è stampata l’immagine di San Rocco da una parte e di Santa Marina Vergine dall’altra. Di solito, questi oggetti artigianali e di poco prezzo, ormai rari, erano venduti fuori dalla chiesa prima che la Messa iniziasse; la presenza di San Rocco su un lato della bandierina era una costante, sull’altro il Santo cambiava di volta in volta secondo la ricorrenza. Immagino che la frescura procurata da un ventaglio devozionale fosse senz’altro più mistica e sobria di quella generata da un ventaglio tradizionale, tutto avorio e merletti.

La chiesa Madre di Scorrano, parte di un edificio risalente al XVI secolo, è affiancata dalla Congrega della Purificazione e dal palazzo ducale che per le celebrazioni di Santa Domenica viene aperto al pubblico. Stamattina dopo la Messa, quando la statua della Santa era già stata issata sulla portantina in mezzo al tripudio generale, ho visto non senza una certa sorpresa, il parroco e tutta la delegazione ecclesiastica dirigersi, prima di dare l’avvio alla processione, nell’androne del palazzo attiguo dove, su quattro inginocchiatoi e circondati dalla gente stipata che applaudiva, stavano genuflessi il duca, la duchessa e i due figli, aspettando di essere benedetti. Solo dopo la loro benedizione, la processione è partita.

Ai fedeli meno fortunati, ciechi, storpi o in seggiola a rotelle che aspettano ai bordi della strada il passaggio del corteo, viene offerta per un bacio o una carezza, la reliquia della Santa. Porzioni di ossicini di un bianco sbiadito racchiusi in un reliquiario dorato che il parroco può facilmente porgere ai fedeli, una sorta di reliquiario da passeggio, ben diverso dalla pesante teca in oro e pietre dure che ospita, di fianco all’altare maggiore della chiesa Madre, un’intera ulna di Santa Domenica, una reliquia preziosa, che non lascia mai la chiesa. Come quelle custodite nella vicina Galatina all’interno della basilica di Santa Caterina d’Alessandria, il tesoro galatinese: un ginocchio di San Buonaventura, un braccio di Santa Petronilla e una mammella di Sant’Agata, della quale si possono gustare appetitose riproduzioni in molte pasticcerie pugliesi, le cassatelle di Sant’Agata. Prelibate cassatine ripiene di ricotta di pecora, ricoperte da una candida glassa bianca e decorate al centro con una ciliegina candita. Supplizi e miracoli, nel Mezzogiorno, generano spesso dolci e biscottini.

Man mano che si procede per le vie di Scorrano i fedeli che seguono il corteo aumentano di numero, giovani, anziani, bambini in carrozzella, turisti stranieri; in certi vicoli stretti come un paio di spalle, ci si muove avanzando in fila indiana e calpestando volantini multicolori sui quali leggo – Santa Domenica prega per noi – o – W Santa Domenica –. Quando la processione raggiunge piazza Vittorio Emanuele dove stasera si terrà lo spettacolo, il montaggio delle luminarie è quasi ultimato, in cima a una scala è rimasto solo un paratore ancora indaffarato a montare un enorme giglio. Pali di legno dipinti di bianco alti più trenta metri, a sostegno di stelle e cuori che compongono a loro volta castelli e portici, si ergono davanti a un cielo blu cobalto. Le migliaia di lampadine ancora spente, sotto la luce abbagliante del mattino, fanno sembrare la piazza imperlata di cristalli di zucchero.
Sulle note Verdiane di – Oh patria mia – suonate dalla folta banda musicale scorranese, lascio momentaneamente la processione per raggiungere le mura meridionali della città sotto le quali, in una notte del 1600, è apparsa al popolo Santa Domenica. Dopo aver attraversato tutto il centro storico, il corteo giungerà ai piedi di queste mura dove il sindaco consegnerà le chiavi della città alla Santa Protettrice, il momento culmine della cerimonia. Stipata in strada la gente che aspetta sotto il sole l’arrivo del corteo è nervosa, ci si passa bottigliette d’acqua fresca, qualcuno esce di casa e offre fette d’anguria; il servizio d’ordine, in uniforme verde acido, fatica ad arginare la calca.
– Largo! Fate largo! – le grida del banditore sono subito coperte dal clamore della folla, chi si sbraccia dai terrazzi, chi batte le mani entusiasta. Preceduta dalle autorità civili e militari e dal gonfalone dell’Apostolato della Preghiera ricamato con Sacro Cuore e ghirlande dorate, la portantina con la Santa giunge finalmente alla meta. Attente a non perdere una sola parola del discorso del sindaco, le persone accalcate lungo la via, sudate e sfinite per il gran caldo, sono immobili in un religioso silenzio; al bambino che chiede qualcosa, la mamma risponde strattonandolo – Cittu tu! – Ma ho la sensazione che sia un silenzio che sta per esplodere. Infatti, quando il parroco dopo aver ricevuto dal primo cittadino le chiavi della città e averle solennemente posato ai piedi della statua, alza il reliquiario al cielo, Scorrano esplode, il misticismo diventa spettacolare. Vedo i fedeli esultare e applaudire, gli occhi commossi riempirsi di lacrime, quasi ci trovassimo di fronte a un grandioso spettacolo naturale o a una vittoria sportiva. A fare da contrappunto a tanta appassionata commozione, sento i botti scoppiare all’unisono in un’assordante sequenza che invade la strada e il cielo, come sotto un bombardamento.

In attesa dello show di luminarie che si terrà questa sera la gente si ritira, i musicisti della banda si aggirano per la strada con l’uniforme sbottonata e i tromboni sottobraccio. Stordito da un sole accecante e dalle emozioni provate nella mattinata, m’incammino per le vie del paese, sospese in una quiete senza tempo, tra vicoli, cortili e piazzette deserte. Osservo i disegni delle ombre sui muri, ascolto le voci che giungono dalle persiane socchiuse, seguo il profumo di salsa che galleggia nell’aria. Davanti all’uscio di casa, un uomo in canottiera coricato su una brandina, guarda la televisione e sonnecchia; in un cortiletto poco lontano sotto l’ombra di un limone, quattro donne chiacchierano e giocano a carte. Persino l’automobile parcheggiata lungo la via sembra addormentata.
Raggiungo un bar dove mi fermo a bere una liquirizia, dolce e nera, come gli occhi della ragazza dietro al banco. – Sei italiano? – domanda mentre mi serve. Suo marito è un paratore che lavora per la Mariano, una fabbrica di luminarie; fra qualche ora, appena il bar sarà chiuso, andrà anche lei insieme al resto della famiglia a vedere lo spettacolo. – Da quando vivo qui, non ne ho mai perso uno! – dice aggiustandosi la spallina del vestito.

Giungo in piazza Vittorio Emanuele a pomeriggio inoltrato, ai piedi delle luminarie non ancora accese la gente si sta già accalcando. Mi aggiro tra le bancarelle: ceci toscani, lumache tunisine, noci brasiliane, e poi lupini, fave, taralli locali. La merce in vendita, disposta in mucchi dentro sacchi di juta, mi fa pensare a un mercato asiatico dove lo scapece che vedo in vendita, una ricetta gallipolina di un giallo intenso a base di pesce fritto e zafferano, sarebbe sicuramente apprezzata. Ne compro un cartoccio e proseguo il mio giro per fermarmi poco più avanti di fronte a un uomo avviluppato da alte nuvole di fumo che su una griglia sta arrostendo carne e salsicce. Il volto congestionato dal calore, il lungo coltello che impugna e il torace nudo che appare e scompare tra le lingue di fuoco, lo fanno sembrare uno sciamano impegnato in un complicato cerimoniale.
Pistole ad acqua, girandole, yo-yo e pelouche di ogni foggia e dimensione rivestono i chioschi che circondano la piazza. In mezzo a tanta confusione di merci, voci e odore di fritto, osservo il ciondolare dei genitori, sovraccarichi di salvagenti e secchielli, che tornano a casa dalla giornata di mare insieme ai loro bambini; ai piedi, ancora sporchi di sabbia, i sandali di gomma, di legno, di plastica. Nel rumore di tutti questi sandali sbattuti con insistente indolenza sul marciapiede, avverto quel senso di compiacimento che le famiglie hanno atteso per mesi: il suono dei sandali è il suono delle vacanze.

La moltitudine di persone che adesso sta riversandosi in piazza è impressionante, avanzo a fatica tra carrozzine, bambini che mangiano il gelato, coppie impazienti che scattano selfies. Nel momento in cui da un altoparlante viene finalmente annunciato in italiano, inglese e francese, l’inizio dello spettacolo, le luminarie accompagnate da un impetuoso crescendo musicale e da uno scroscio di applausi, si mostrano in tutto il loro splendore. Castelli, piramidi, portici e guglie, fino a poco fa solo gigantesche impalcature bianche, prendono vita, si animano di straordinari effetti e giochi luminosi che, sincronizzati sulle note incalzanti di Star Wars, colorano i volti del pubblico di fucsia, viola, arancio. Giganteschi cuori iniziano a battere al ritmo di una romantica canzone casalinga; lungo una strada laterale, seguita dalla musica di – Così parlò Zarathustra – si accende un boulevard che grazie all’elettronica 3D sembra non aver fine. E quando i diversi livelli di una torre multicolore iniziano a illuminarsi in ripetuta successione, ho come l’impressione di trovarmi in una scena del film E.T., aspettando trepidante l’arrivo dei tanto attesi esseri alieni.
Stando ai piedi di queste grandiose scenografie svettanti nel buio, penso al titanico lavoro che l’allestimento delle luminarie comporta: l’installazione di migliaia di lampadine e chilometri di filo elettrico; l’assemblaggio di sagome in legno ad altezze vertiginose; la messa in sicurezza delle impalcature con metri e metri di cavi d’acciaio. Impalcature che alla chiusura delle celebrazioni, verranno smontate, caricate sui camion e montate di nuovo in un paese vicino o nei più remoti angoli del mondo.
A fine spettacolo, allontanandomi dalla piazza, sosto un momento davanti a un furgone della fabbrica di luminarie De Cagna, con le due fiancate rivestite dalle fotografie degli allestimenti più famosi: una Torre di Pisa e un Tower Bridge a destra, una Tour Eiffel e una Cupola di San Pietro a sinistra. Sul retro, in caratteri luminescenti, il nome della ditta.

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