La terra dei popoli: Tanzania

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Durata del viaggioDURATA VIAGGIO 15 Giorni Budget approssimativo a personaBUDGET A PERSONA Da 1.501€ a 2.000€ Diario di viaggio insiema aCON CHI Con gli amici Continenti VisitatiCONTINENTI VISTI Africa
La terra dei popoli

Quarto viaggio alla conoscenza dei popoli dell’Africa degli altopiani.
Questa volta partendo dall'Isola delle Spezie, attraversando in Autobus la Tanzania, per far sosta nella città dei Masai Arusha, per poi spostarsi sul Lago Eyasi per gli Hadzabe e gli Datoga. Quindi safari al Masai Mara per la migrazione.

Premessa
Innamorati dell’Africa e soprattutto dell’area degli altopiani, per il terzo anno consecutivo partiamo alla scoperta (nostra) della fascia equatoriale. Lo scorso anno facemmo il cammino inverso, partendo da Nairobi per visitare tre parchi nazionali in Kenya (Masai Mara, Lago Nakuru e Amboseli) e tre parchi nazionali in Tanzania (Tarangiri, Ngorongoro e Lago Manyara). In questo full immersion di natura e animali facemmo tappa due volte ad Arusha. Il paesone costituito dai Masai nel 1820 ci incantò per la sua gente, tanto che in questo viaggio abbiamo cercato di approfondire i suoi aspetti per vivere a contatto con la popolazione. Programmiamo una settimana ad Arusha nelle due a disposizione per tutta la “vacanza”. Ma arrivarci ci pone alcune scelte. La prima ovviamente è giungerci direttamente, ma i voli sono troppo costosi. La seconda è quella dello scorso anno: fino a Nairobi con l’aereo e poi 4 ore di bus. La terza è fare scalo a Dar Es Salam e poi trovare un mezzo per spostarci nel nord dell’ex Tanganica.
Cerchiamo dei voli economici su Dar e troviamo l’andata a buon prezzo, mentre abbiamo difficoltà per il ritorno. Proviamo su Nairobi, e il biglietto è fatto: 644 euro assicurazione compresa con la Turkish Airlines. Si può spendere molto meno ma considerando che optiamo per il periodo di ferragosto e che ci siamo mossi un mese prima, possiamo ritenerci soddisfatti.
Dar e Nairobi distano quasi 1000 chilometri, in mezzo (si fa per dire) Arusha. Fare tappa a Dar ci porta a poter visitare la vicina Zanzibar, mentre partire da Nairobi ci ingolosisce il poter visitare, ancora una volta il Masai Mara. Programmiamo tre notti a Stone Town e tre al Masai Mara, lasciando nel centro una settimana ad Arusha.
LA TANZANIA è una nazione ospitale dove si può tranquillamente viaggiare in massima sicurezza. È quasi impossibile noleggiare un’auto (almeno noi non ci siamo riusciti), ma si posso utilizzare i mezzi pubblici o i bus “extra lusso” messi a disposizione dei turisti.
La differenza tra viaggiatori e turisti è forse di uno zero, visitare i parchi è costosissimo, quasi inavvicinabile per i giovani o chi non ha un budget al di sopra di 500 dollari al giorno. Ma noi abbiamo provato a vivere queste esperienze in modo alternativo alle agenzie e a costi contenuti. Qualcuno l’etichetterebbe all’avventura, ed invece di avventura c’è stata poco o niente anche per via della disponibilità dei locali di venirci incontro. Certo bisogna avere un po’ di spirito di adattamento, ma credete mantenendo uno standard al di sopra della sufficienza. In parole povere a volte pagando “molto” con le agenzie, ci siamo trovati largamente al disotto di questa sufficienza.

Stati Visitati: Tanzania

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Giorno 1

Partenza
Raggiungiamo Fiumicino nelle prime ore del giorno, alle 5.30 ci aspetta al Terminal 3 un addetto di “one Parking” per prendere l’auto e portarla al deposito (costo 54 euro per due settimane). Svolgiamo le procedure di imbarco e voliamo alle 7.10 in direzione Istanbul con la Turkish Airlines. Atterriamo alle 10.40 ora locale (la stessa che ci porteremo in Africa) e considerato che il volo per Dar è alle 19.10 abbiamo il tempo per farci un giretto a Costantinopoli. Cambiamo 10 dollari in lire turche per le evenienze, scendiamo nei sotterranei dell’aeroporto per prendere la Metro. Acquistiamo i biglietti (2 a persona andata e ritorno al costo complessivo di 15 dollari). Ci danno una cartina della metropolitana e ci insegnano dove dover cambiare per prendere il tram che ci porta a Aga Sofia e alla Moschea Azzurra. I mezzi non sono affollati e il percorso si snocciola senza problemi. A Zeytinburnu cambiamo per portarci in superficie e il tram s’immerge nella città vecchia. Passiamo accanto ai Giardini Topkapi e al Gran Bazar per scendere davanti alla Colonna di Cemberlitas. Passeggiamo costeggiano i negozietti del centro e ci fermiamo ad un fastfood per farci un panino (burger, cola e patatine 31 lire turche in due circa 10 euro). Proseguiamo a piedi verso i giardini che costeggiamo Aga Sofia e la Moschea Azzurra. Il caldo si fa sentire, tra una sosta e l’altra sulle panchine del parco, scattiamo qualche “cartolina” ai monumenti presi d’assalto dai turisti. Torniamo all’aeroporto in largo anticipo e ci fermiamo a prendere una birra nel ristorante al primo piano (56.75 con patatine per due birre l’equivalente di 21 euro). Attendiamo l’ora dell’imbarco e saliamo a piedi sull’aereo che ci porterà a Dar Es Salam. Tra la cena e la colazione servita all’una del mattino non c’è stato tanto tempo per dormire, nelle 7 ore di viaggio solo qualche attimo per chiudere gli occhi.

Giorno 2

ARRIVIAMO a Dar in piena notte, sono le 2.35. Svolgiamo le formalità d’arrivo con la fila ai visti, troviamo un carrello dove carichiamo le nostre valigie e andiamo in cerca di una sala d’aspetto per sederci e aspettare l’alba. Ma con molto stupore ci accorgiamo che l’aeroporto è all’aperto. Non fa tanto freddo e l’umidità è poca considerando che è notte, al contrario le zanzare sono molte. C’è altra gente con noi, la maggior parte in attesa di partire. È ancora notte quando chiediamo informazioni per arrivare al porto. I taxi hanno fatto un “cartello” 35 dollari per il trasferimento. Qualcuno ci offre un passaggio, ma ancora non pienamente coscienti del “popolo” tanzaniano non ce la sentiamo di rischiare. Qualcuno bussa sul vetro di un cambio poco distante da noi, si alza una fanciulla mezza addormentata, era in terra a dormire avvolta con una coperta, ne approfittiamo per cambiare i dollari in moneta locale.
Alle 5.30 prendiamo un taxi che ci impiega 40 minuti per arrivare al porto. Le strade di Dar iniziano ad affollarsi e il traffico trova i primi ingorghi. Arriviamo alla biglietteria del Ferry Boat per Zanzibar. La confusione è tanta e c’è fila. Ci dicono che dobbiamo farla anche noi. Ma una volta arrivato il nostro turno ci indicano un “botteghino” interno che è ancora chiuso. Attendiamo con ansia che arrivi qualcuno, intanto vediamo che il traghetto è già quasi pieno e pronto per partire. BIGLIETTI L’addetta arriva a pochi minuti dalla partenza, siamo i primi della fila. Guarda la nostra prenotazione, digita il nostro codice sul Pc, e ci dice che non esiste nessun biglietto pagato con quel codice. Cerchiamo il numero di telefono dell’agenzia che li ha emessi (166 dollari 4 tratte più le spese), nel frattempo l’addetta si è messa in contatto con l’agenzia e attende una risposta. Ma prima, sbriga tutta la fila lasciandoci per ultimi. Siamo ormai certi di aver perso il traghetto delle 7, ce ne sarà uno alle 9, ma l’attesa potrebbe accumularsi alla stanchezza di una notte passata in bianco. Arriva alle 6.55 l’ok dell’agenzia e due biglietti vip per l’imbarco. Corriamo al gate e ci accorgiamo che la fila per il controllo è ancora lunga. Un sospiro di sollievo.
TRAGHETTO Le valigie vengono imbarcate in un container senza nessuna ricevuta e scritta, dovranno essere solo riconosciute all’arrivo. Ci sembra una maniera poco sicura, ma ancora non conosciamo lo spirito di questo popolo. Una hostess ci porta nella cabina più in alto, pochi posti, di cui solo due liberi, sono i nostri. L’arredamento e il trattamento è quello di un aereo di lunga tratta, televisorini per giocare o vedersi un film e le hostess che ti servono la colazione. Ma i nostri posti sono sotto le bocchette dell’aria condizionata, e neppure la felpa può scaldarci.
Il viaggio è breve, due ore, ma più di una volta usciamo dalla “sala vip” per recarci in seconda o terza classe e ci accorgiamo che si sta meglio lì. Tutti ci guardano con la coda dell’occhio ma senza cenni. Ti senti subito, per paradosso, quasi più sicuro in mezzo a loro che nello “zoo vip”. Il porto si avvicina e l’attracco lo scorgiamo tra le teste dei molti presenti. Andiamo alla ricerca delle nostre valigie e ci mettiamo in coda per uscire.
Sulla passerella scorgiamo dei granchi che dal mare salgono sulla banchina. Siamo al porto, ma l’acqua è trasparente e si vede il fondo. Dobbiamo rifare le procedure di entrata in Tanzania, le stesse fatte all’aeroporto, perché Zanzibar vuole avere traccia dei nostri programmi. Ad attenderci all’uscita un tassista mandato dall’Hotel (4 dollari) che ci porterà al vicino Rumaisa Hotel (3 notti in doppia 180 euro).

Zanzibar
La strada dal porto all’Hotel non promette bene. Si passa davanti all’entrata principale e si svolta subito in una strada isolata dove sostano dei camion. L’Hotel è sopra ad un cinema, la reception è un corridoio dove c’è un sedile in muratura. Il personale però è gentile, chiede subito come è stato il viaggio e si mette a disposizione per ogni richiesta. Ci assegnano la stanza, è piccolina ma molto accogliente, c’è il WiFi in camera. Il bagno è spazioso e dotato di tutto l’occorrente. Una doccia e subito a letto per recuperare qualche ora di sonno.
Ci svegliamo all’ora di pranzo e scendiamo per chiedere informazioni su Stone Town. Ci dicono che noi siamo nel nord e possiamo raggiungere qualsiasi parte della città a piedi. Ci indicano su una cartina la zona dei ristoranti “turistici” e ci sconsigliano di prendere un taxi. La cartina ci servirà per orientarci, ripercorriamo la strada fatta con il taxi, superiamo l’entrata del porto e subito accanto c’è il Mercury’s Restaurant, in onore di Freddie Mercury indimenticato leader dei Queen nato nel 1946 proprio a Zanzibar.
SAPORI Ci sediamo con la vista dell’isola della prigione e incominciamo ad assaggiare i sapori del posto. Ordiniamo il Kingfish, che solo tornati in Italia scopriamo che è lo Sgombro, è condito con spezie locali e servito con riso e verdure. Una vera e propria delizia accompagnata da una birra ghiacciata. Proseguiamo la camminata lungo il mare, i lavori non ci permettono di vederlo in alcuni tratti, mentre sono visibili i palazzi di stile arabo circostanti tra cui l’Old Custom House, il Palazzo del Museo, l’House of Wonders, il vecchio Forte, per arrivare al Forodhani Gardens, un giardino che si affaccia sull’oceano. A ritorno ci addentriamo nella città.
STONE TOWN è una vera e propria casba araba, un dedalo di stradine piene di negozi e fremente di ogni tipo di attività. Tutto è aperto, e gli occhi dei turisti possono carpire lo spirito che anela gli abitanti. Ogni tanto c’è qualche “zecca” che ti si appiccica, sono i “cercatori di turisti” che ti propongono ogni tipo di soluzione a un tuo problema cercando anche di parlare la tua lingua. “Hakuna matata”, nessun problema, è il loro slogan. Sono a volte asfissianti ma mai “pericolosi”, mentre il resto della gente ti scorge con la coda dell’occhio nella sua fierezza. Dopo un po’ ti senti circondato dagli sguardi, ma nessuno ti guarda, e ti senti come protetto come se tutti fossero pronti ad intervenire per qualsiasi problema. Una sensazione unica alquanto indescrivibile che solo a Zanzibar e nel resto della Tanzania riesci a percepire.
Nelle viuzze a volte ti perdi e spunti in zone più deserte circondate dalle case, piazzette spoglie e desolate dove cogli lo stato di “povertà” della vita comune, ti assale un po’ il timore, ma poi spuntano dei bambini che giocano o delle donne, quasi tutte coperte da veli tipiche delle zone arabe, che ti rassicurano. Spuntiamo dall’altra parte di questo triangolo quasi equilatero, dove c’è il mercato e scopriamo che siamo a due passi dall’Hotel.
Una dormitina e una doccia ristoratrice e siamo di nuovo in pista. Ormai è notte, il sole tramonta alle 18.30 dopo essere stato in alto 12 ore. Alba e tramonto sono un fulmine, in pochi minuti c’è buoi o luce tipico delle zone equatoriali. Siamo alla ricerca di un ristorante per la sera, ma questa volta decidiamo di passare dentro al mercato e attraversare tutta Stone Town dopo aver chiesto ripetutamente del pericolo al nostro Hotel. Ma tutti ci ripetono “Hakuna matata”, che non ci sono problemi almeno fino alle 10 di sera.
USANZE LOCALI Tra una bancarella e un negozietto si arriva ai Giardini in un baleno. Con stupore notiamo che sono presi d’assalto da bancarelle di ogni tipo. La maggior parte preparano la cena: spiedini di ogni tipo, gli odori di carne e pesce si mescolano con le spezie. Una marea di gente si è riversata in Foradhani Gardens per cenare, mentre poche ore prima non c’era nessuno. C’è anche qualche turista che stuzzica qua e la le cibarie. Ma la maggior parte sono locali, in una sorta di “fiera paesana”, si assembrano. Noi decidiamo di non “rischiare” e andare in un ristorante. Il più vicino è l’Ocean Grill, si sale su una terrazza con la vista sul mare. Ordiniamo ancora del Kingfish ma questa volta arrosto (40.000 TZS pari a 18 euro in due comprese le bevande). Non si può ordinare la birra, ma volendo te la vanno a comprare nel vicino negozio. Ce lo portano al naturale, un piatto squisito che ci fa apprezzare il posto di mare. Il giardino pullula ancora di gente quando noi siamo di ritorno, le attività nella città di pietra stanno chiudendo i battenti. C’è ancora il tempo di scorgere qualche negozietto e gli scorci notturni delle viuzze. La stanchezza è tanta quando arriviamo in Hotel. È venerdì e c’è fila sulla nostra strada. Ci dicono che poco distante c’è una discoteca. Mentre accanto in un “garage” si suona e si canta. Con la musica e i canti ci addormentiamo, solo al mattino scopriamo che quel locale è una sorta di club privato dove si festeggiano i matrimoni.

Giorno 3

IL TUOR DELLE SPEZIE La mattina ci svegliamo presto e dobbiamo attendere le 7 per fare colazione. Si sale di un piano dove c’è una terrazza e si fa colazione all’aperto. Fa freschetto, ma il panorama ti fa passare momenti gradevoli. Scendendo scorgiamo il gallo che alle 5, 5.30, 6, 6.30 ha cantato svegliandoci. È proprio di fronte al nostro Hotel, su un solaio a controllare il suo pollaio. Scendiamo per chiedere informazioni, vorremmo vedere un po’ l’isola. In Hotel si mettono subito in fermento e ci propongono vari tipi di escursioni, optiamo per il Tour delle Spezie e Kendwa, la spiaggia più a nord dell’Isola (100 dollari in due). L’appuntamento è alle 10, abbiamo il tempo per arrivare al mercato e compre una scheda telefonica e qualche biscotto per il viaggio e soprattutto l’acqua.
La guida ci porta subito all’interno dell’isola costeggiando il mare fino a Bububu e poi salendo su una collina. Il clima cambia, il cielo sembra minaccioso e la vegetazione è in rigoglio. L’Auto si ferma in una spianata di terra. Ad attenderci due ragazzi che subito si presentano e si rendono disponibili. Saranno le guide nel Tour delle Spezie. Raccolgono da terra e con un coltellaccio iniziano a tagliare. La prima è una radice gialla intensa che indoviniamo essere la Curcuma, così come lo Zenzero (Ginger per loro), poi dei frutti enormi rotondi, quindi dei “ricci” rossastri che contengono dei semi usati dalle donne per colorarsi le labbra, un frutto a forma di stella dal sapore acidulo ma dissetante, la pianta del pepe, quella della banana con il tipico fiore, il re Zafferano, l’albero del pane e le palme. Simpatico, così si fa chiamare uno di loro che accenna anche qualche parola in italiano, sale su un albero e lo scorteccia, l’odore è intenso e indoviniamo essere la cannella così come dei fiori simili a chiodini, i Chiodi di Garofano appunto, anche la vaniglia è facile da indovinare, le sue bacche sono ben visibili anche se sono verdi. Ci sono anche le canne da zucchero da cui, anche nella città, estraggono “in diretta” un succo dolce da bere. Da un albero colgono un frutto ancora verde, lo tagliano in due e all’interno c’è la Noce Moscata, in un altro le papaie ancora verdi, mentre uno scoiattolo scappa alla nostra vista. Poi il rito si ripete, uno di loro si lega i piedi con una corda artigianale annodata a forma di otto, e a suon di musica sale su una palma, coglie un noce di cocco e ci dice di bere. Apprezziamo la freschezza e poi con il coltello stacca la morbida polpa bianca e ce la porge per mangiarla. Una squisitezza apprezzata soprattutto dai bambini perché energetica e ricca di sostanze. In una baracchina c’è della frutta fresca per noi, prendiamo un paio di bananine dal sapore intenso.
KENDWA Proseguiamo verso nord tra la vegetazione intensa. A volte il cielo promette anche pioggia, ma le temperature sono gradevoli e l’umidità non eccessiva. Parcheggiamo in mezzo alla povere mentre arriva un scroscio d’acqua. Attendiamo qualche minuto che si plachi e poi ci incamminiamo nella polvere dirigendoci verso il mare. Si apre ai nostri occhi una spiaggia bianchissima con un mare verde-azzurro trasparente. Per qualche istante rimaniamo folgorati. Di fronte l’isola Tumbatu con vari scogli intorno. Siamo arrivati a Kendwa una delle spiagge più spettacolari di Zanzibar. La spiaggia è talmente accecante che le fotografie vengono tutte bruciate dalla luce. Nel mare ci sono numerosi pescatori e qualche turista sui Dhow, le imbarcazioni tipiche. Pochissima la gente in spiaggia, qualcuno corre sul bagnasciuga un gruppetto gioca a beach volley un altro a racchettoni. Dei puntini sperduti in un infinito di bianco. Pranziamo in un ristorante sul mare l’Essence (21 dollari due cotolette di pollo squisite), e poi facciamo una lunga camminata in direzione sud, dove una pineta ci invoglia. Bisogna stare attenti a non calpestare i granghietti che corrono lungo la spiaggia, quasi impossibili da scorgere, e i numerosi frammenti di coralli che possono tagliare. C’è un pescatore che sta preparando le esce per la prossima uscita.
LA PESCA A quello che sembra il capo, si apre un piccolo seno di mare coronato in collina da ville. C’è anche qualche villaggio, ma è completamente mimetizzato nella boscaglia. Scorgiamo in lontananza delle donne scendere in acqua. Hanno con loro delle bacinelle e delle reti colorate. Si dispongono in un grande cerchio, poi alcune di loro con dei bastoni scuotono l’acqua e il cerchio piano piano si restringe in modo da portare il branco verso le reti. Noi fotografiamo a lunga distanza con dei potenti zoom, e immortaliamo la scena in filmati. Ripetono più volte la pesca, non sappiamo quanto hanno pescato, ma sicuramente il necessario per cena. Ogni scatto è una cartolina, e non ci stanchiamo a immortalarle nella nostra memoria. Torniamo a Stone Town che è ancora pieno giorno. Vogliamo fare un giro nel mercato che è in pieno fermento. I più giovani sono nel vicino campo di calcio, adibito anche a parcheggio di bus e Dala Dala, a giocare. Si vende di tutto, dai datteri al pane, da farine-riso-legumi a frutta-carne-pesce. C’è anche l’angolo dell’usato dove spiccano due set di mazze da golf. Dei mobilieri stanno ultimando dei letti.
CASBA Torniamo in Hotel e ci prepariamo per la cena. Ci rituffiamo nella zona ristoranti e ci fermiamo a Archipelago, anche qui ordiniamo il Kingfish (40.000 TZS circa 18 euro in due) ma ce lo portano a tranci. È un po’ più complicato da mangiare per via della spina centrale, ma è squisito ugualmente.
Ci intratteniamo nel Giardino in una panchina nella “confusione” ordinata, ogni tanto si vede passare qualche turista alla ricerca di qualche boccone da mangiare. Nelle viuzze del centro ci imbattiamo in una Agenzia. Chiediamo i prezzi dei vari tour. Ci sembra più economica delle precedenti e prenotiamo di portarci a Pajè la spiaggia più bella (ci dicono) dell’Isola. Si trova a sud e si affaccia sulla barriera corallina dell’Oceano Indiano (50 dollari in due).
Sotto l’Hotel non c’è il traffico della scorsa sera, ma in compenso un altro matrimonio, ci addormenteremo ancora una volta a ritmo afro-orientaleggiante.

Giorno 4

MERCATO L’appuntamento per il Tour è alle 11, c’è il tempo per andare al mercato e comprare le spezie. Nella parte coperta c’è una bancarella con tutto quello che ci può servire. Vogliamo comprare un po’ di tutto, ma capiamo a nostre spese perché viene chiamata l’Isola delle Spezie. Sono talmente tante che servirebbe un’altra valigia per portarle tutte. Optiamo per le più preziose e più difficili da reperire in Italia. Prima di tutto il re Zafferano, poi Vaniglia e Noce Moscata (45.000 TZS circa 20 euro doppia confezione). Solo queste tre alzano di molto il prezzo tanto che le altre trattando (trattativa lunga e faticosa) ce le regala: Cannella, Curry, Ginger (Zenzero), Curcuma e Chiodi di Garofano. Lasciamo Cumino, Sesamo, Peperoncino ed altre spezie soprattutto per l’ingombro.
Il mercato sta entrando nel vivo anche ce si sono ancora banchi da preparare. In un angolo ci sono dei signori seduti sul marciapiede, c’è chi sorseggia un te chi un caffè chi mangia qualche cosa, accanto una piccola bancarella con sopra dei thermos e qualche busta di plastica: è un bar. È facile scambiare qualche parola, quasi tutti parlano inglese. C’è chi è stato marinaio imbarcato su navi mercantili ed è stato anche in Italia, ci parla dei porti di Palermo, Napoli, Livorno e Genova, ma anche di Portogallo, Spagna, Francia e Brasile. Il sorriso è l’intercalare del viso più evidente. Ma quegli sguardi si intravede la loro disponibilità e il carattere orgoglioso. Non ci sono mai flessioni, mai rimpianti, solo la voglia di farsi ben volere e pensare che una volta ritornati si parli bene di loro. La fierezza di un popolo che anche nella “miseria” riesce a tirare fuori un sorriso. Ci tengono a chiedere cosa ne pensi della Loro terra, si intristiscono se ne parli male, s’inorgogliscono se ne parli bene. Rispetto e disponibilità sembra il loro motto.
I PORTALI Partiamo per il Tour non prima che lo stesso proprietario dell’agenzia è venuto all’Hotel per verificare che tutte le cose fossero a posto. Ci tiene a dire che l’auto è la sua personale e che l’autista avrebbe fatto tutto quello pattuito senza nessuna preoccupazione. Prima sosta la falegnameria artigianale nei pressi di Mwera dove lavorano il legno nei magnifici portoni. Ci fanno vedere le varie fasi della lavorazione, usano legni pregiati come il Mogano (introvabile in Italia), e ci propongono anche di fare un business per esportarli in Europa. I prezzi ci sembrano veramente molto bassi anche se non siamo esperti di questo settore, un portone decorato a mano ci dicono che può costare fino a 2000 euro.
LA BARRIERA CORALLINA Lasciamo il legno per inoltrarci in quello ancora piantato, costeggiamo il Jozani Chwaka Bay National Park per poi tagliare la penisola sud fino alla spiaggia di Paje che a detta dell’Agenzia è la più affascinante. Lo scenario è diverso da quello del giorno precedente. Si vede la Barriera Corallina e la spiaggia è più stretta anche se il colore bianco della sabbia è ancora più accecante. Forse per via della bella giornata assolata, nuvolosa il giorno prima, tanto che camminare fa fatica. Non ci allontaniamo un granché dalle “capanne” dove ci hanno lasciato, anche qui all’interno si scorgono dei Resort che non hanno intaccato la geografia della spiaggia. Gente ce ne poca e in mare solo qualche Dhow. C’è chi fa i “nuovi sport” del mare che noi non sappiamo neppure il nome, si affitta di tutto e credo di tutto si possa fare.
FAI DA TE Un cartello ci indica un ristorante all’interno, proviamo ad andarci ma non riusciamo a capire dove sia, fino a che scorgiamo un “turista” a cui chiediamo spiegazioni. È il proprietario del Resort dove c’è il ristorante capiamo che è italiano ma non ci dilunghiamo. Pranziamo al B&F Services (20 dollari, abbiamo terminato gli Shelling se no avremmo pagato meno) e ci fermiamo al baretto dove abbiamo l’appuntamento. Lì affittano delle capanne a modi bungalow sulla spiaggia a 50 dollari al giorno, c’è anche l’amaca davanti, una maniera alternativa ai Resort. A conti fatti, se non si vuole acquistare un pacchetto vacanze, si può spendere veramente poco: 560-650 il volo; 50 il trasferimento; 150 dormire e 150 mangiare, per un totale di meno di mille euro una settimana in piena libertà. Se ne vogliono fare due di settimane il prezzo non aumenta di molto: sotto i 1.300 euro a persona.
SORPRESA Torniamo a Stone Town che è ancora giorno, doccia e subito nelle vie della città vecchia a carpire altri sapori e scorci. Il pesce mangiato all’Ocean Grill ci porta al bis (22 dollari per due persone perché abbiamo finito gli Shelling).
Ultima passeggiata notturna nei Giardini Forodhani prima di tornare in Hotel.
Nel frattempo sono arrivati dall’Agenzia i biglietti per il traghetto acquistati in Italia. Dentro la busta ce ne sono due accompagnati da una lettera e 10 dollari. Ci spiega che per via dell’aria condizionata alta lamentata all’andata ci hanno spostato in Prima Classe (più ampia) e ci danno indietro la differenza scusandosi.

Giorno 5

Prenotiamo dall’Hotel un taxi per la mattina seguente dove avremo il traghetto alle 7.00, alle 6 ci svegliano per la colazione preparata a posta per noi. Il Taxi arriva prima delle 6.30 e non ci da fretta. In 5 minuti ci porta al Porto (preso solo per le valigie voluminose scomode da portare lungo le strade sabbiose). L’imbarco è ordinato, scorre via senza problemi. I posti in Prima classe sono comodi, forse la prossima volta prendere direttamente la seconda. Ci dicono che il mare è agitato e che il percorso sarà un po’ disagiato e che potremmo avere anche qualche ritardo. Tutto fila liscio, il mare agitato è solo qualche piccola onda che il potente catamarano supera con agiatezza. Arriviamo a Dar alle 9 puntuali dove ad attenderci c’è un taxi inviato dall’Agenzia dove abbiamo acquistato il trasfert per Arusha.

Arusha
Arriviamo al parcheggio dei Bus che è fuori Dar dopo averla attraversata quasi tutta. Il traffico è caotico ma scorre, gli odori dei motori si mescolano a quelli che provengono dal mare. Già in Italia ci avevano avvisato che gli autisti stavano in fermento e che ci potevano essere degli scioperi. L’autista del taxi ci lascia in auto per andare a chiedere quale sia il nostro Bus. Abbiamo prenotato due posti in un Extra Luxory Shuttle e invece ci fanno salire su un autobus di linea che va “diretto” ad Arusha facendo scalo un po’ in tutte le città sulla strada. Sul biglietto consegnatoci c’è anche il prezzo: 32.800 TZS, poco più di 15 dollari contro i 35 pagati (il prezzo pieno era 50). Contattiamo l’Agenzia ma ci dicono che quello è l’unico che parte a questa ora, quelli costosi partono la mattina presto. Il Bus ci mette oltre due ore prima di partire, continuano a salire persone, forse partirà quando sarà pieno. Si ferma subito in un’altra area di sosta alla periferia di Dar. La vediamo molto dura, sono passate le 11 e ci aspettano 10 ore di viaggio.
TRAVERSATA I posti sul bus sono comodi, il viaggio snocciola via senza nessun problema. L’autista è un “matto” che guida il pullman da 56 posti come se fosse una citycar. Ad ogni sosta ci sono venditori di bevande e cibarie varie. Si sale e scende in continuità anche se le soste sono solo nelle “grandi” città. Abbiamo scelto il Bus e non l’aereo per farci un’idea sull’entroterra della Tanzania. La capanna fatta di fango con tetto di stuoie è l’abitazione più frequente, alcuni hanno il tetto di lamiera, altre sono fatte in mattoni. Solo raramente si scorgono delle case come le consideriamo noi. Nelle traverse della strada asfaltata si percepiscono delle stradine in terra dove a volte si scorgono dei villaggi. L’aia (se si può chiamare così) è uno spiazzo di terra davanti alle case molte volte piena di animali (capre, pecore, galline oltre a cani e gatti) e di bambini molto piccoli. Ad ogni incrocio ci sono le attività e le immancabili moto con sopra l’autista. Solo dopo abbiamo capito che sono i taxi locali che accompagnano fino i villaggi. Gli scenari cambiano in continuazione. Si parte dal mare per entrare in una zona desertica e polverosa. Le strade sono un nastro di catrame che sale e scende non deformando le asperità del terreno. All’altezza di Segera lo scenario cambia. La strada sale sull’altopiano e la vegetazione diventa più rigogliosa. A Segera sale un bambino, forse 10 anni, che vende bibite e biscotti. Dopo aver fatto il giro del pullman, si siede davanti, sul motore. L’autista parte senza chiedergli nulla. Sono in prima fila, gli sguardi si incrociano e ci sono i primi sorrisi. Libero il posto accanto a me e lo faccio sedere, subito viene rimproverato da un anziano del sedile accanto. Non riesco a capire nemmeno una parola ma mi immagino che si siano detti.
L’Anziano: “Chi ti ha detto di sederti, alzati subito e non dare fastidio allo Zumbu (così veniamo chiamati noi stranieri).
Il Bambino: “Ma mi ha detto lo Zumbu di sedermi!”
L’Anziano: “Allora rimani lì e non dare fastidio”
Abbiamo fatto una sosta sotto le montagne in una “stazione di servizio” dove l’autista ha cenato e poi siamo ripartiti. Il bambino con la sua scatola piena di bibite e biscotti è sceso poco avanti quando ormai la sera è calata.
CULTURA E TURISMO Siamo arrivati ad Arusha quando ormai le luci della città erano accese. Il taxi mandato dall’Hotel ci ha portato al Korona. Senza traffico il viaggio ci è sembrato lunghissimo, infatti il Korona non è ad Arusha come riportato, ma a Njiro che dista circa 12 Km.
Abbiamo prenotato le prime tre notti qui e abbiamo capito di aver fatto un grosso errore. La camera è piccola ma accogliente, c’è il WiFi in camera che ci permette di collegarci con il mondo. Chiediamo se si può cenare, la cucina è già chiusa ma ci possono portare dei toast, meglio che niente durante il viaggio abbiamo mangiato solo dei cereali.
La stanchezza è molta anche se il viaggio è stato tutto sommato molto piacevole.

Giorno 6

La mattina ci alziamo per fare colazione. Dobbiamo trovare un modo per arrivare in centro per organizzare la settimana, ci da uno strappo Charles il manager dell’Hotel che poi ci chiede 20.000 shelling, per portarci dai Boshimani sui monti del Lago Easy ci chiede 700 dollari, persona da evitare come l’Hotel troppo distante dal centro ammenoché non si vuole bay passare Arusha per fare i Safari. Dopo esserci fatti un giro in città, arriviamo al Cultural Tourist Agency dove ci propongono diverse visite culturali da fare. Tra i nostri obiettivi c’è quello di andare a visitare, sotto il Ngorongoro gli Hazdabe. Ci mettono in contatto con George la guida che ci propone di limitare i costi al massimo utilizzando i mezzi pubblici, per la visita occorrono 5 dollari a persona per entrare, 20 per la visita ad una comunità, 30 per la guida, 25 per la jeep che ci porterà sulle montagne. In Italia già avevamo prenotato un Hotel a Karatu, l’ultima città prima del Ngorongono e del Lago Easy. Optiamo anche per una giornata con i Masai (75 dollari). L’appuntamento la mattina seguente alle 8. Usciamo a pranzare nel vicino African Caffè (42.000 TZS, circa 19 euro). Ci informiamo sui trasporti a Karatu e ci propongono lo Shattle, un pulmino 9 posti che impiega circa 3 ore con un costo di 7000 TZS circa 2 euro a persona. Ci dicono che partono in continuazione dalla mattina alla sera. Mentre George s’informa che da Karatu a Garofali c’è una jeep che fa da navetta alle 8 del mattino e torna alle 14, gli diamo l’ok per prenotare i posti. George una persona squisita, disponibile, comprensivo e molto preparato, ci piacerebbe rincontrarlo in un altro viaggio… chissà!
IL POPOLO Nel frattempo ci accorgiamo che la nostra scelta di conoscere meglio Arusha valeva la pena. Colori, personaggi e natura si fondono in questa città fondata dagli Arusha, da cui il nome, un popolo affine ai Masai all’inizio dell’800 che al contrario dei pastori Masai sono dediti all’agricoltura. Hanno popolato la foresta pluviale nella parte superiore del fiume Burka a sudovest del Monte Meru (4566 mt). Ah i Masai! Il popolo dei Masai vive nell’area pianeggiante che si estende dalla Rift Valley in Kenya a un centinaio di chilometri da Nairobi fino al centro della Tanzania. Vedere villaggi Masai vicino ad Arusha e cosa semplicissima, come poter partecipare ai loro mercati. Ogni zona ne fanno uno alla settimana che raccoglie i villaggi di aree molto grandi. Lo scorso anno ne vedemmo uno a 50 Km da Arusha in direzione Dodoma che ci lasciò letteralmente inebetiti.
Torniamo in Hotel con un Taxi (10000 TZS, circa 9 euro), ci riposiamo un po’ e poi decidiamo di cenare in Hotel. Bisogna ordinare prima e stabilire l’orario, si cena all’aperto sotto degli ombrelloni di paglia. La temperatura ad Arusha in serata scende sotto i 20°, un maglione basta.
Un po’ di Rete, la visione di qualche foto e si va a nanna.

Giorno 7

VITA MASAI Ci svegliamo alle 7 per fare colazione, richiamiamo il taxi del giorno prima, ma alle 7.30 ci manda un sms dicendo che non può più venire. Usciamo per strada e troviamo un Dala Dala vuoto che sta iniziando il suo percorso. Un’esperienza unica, ad ogni passante l’omino chiede di salire, instancabile come le frenate e le accelerate. Ci porta in centro e ci chiede 400 TZS meno di 20 centesimi a persona. Arriviamo puntuali all’appuntamento al Centro Culturale, ad aspettarci Thomas un “vero” Masai. A piedi arriviamo alla stazione dei bus e contratta tre posti per Oldonyo Sambu sede della nostra visita: 15000 TZS in tre (7 euro) e si parte in 12 uno sale nel portabagagli. Quattro per sedile a parte noi che rimaniamo in tre anche per via della nostra stazza. Dopo una quarantina di minuti siamo arrivati. Il villaggio o meglio i villaggi si trovano sulla strada che porta a Nairobi subito dopo aver aggirato il Monte Meru. Iniziamo a camminare nei campi, forse un paio di chilometri prima di fermarci al Villaggio che ci ospiterà. Nel cammino incrociamo una donna che va a prendere l’acqua, dovrà fare 3 chilometri per trovarla e altrettanti per il ritorno. Arrivati ci offrono del te, le tazze hanno ancora l’odore e i sapori del latte. Possiamo usufruire del bagno, una capanna con un water alla turca, e rilassarci. C’è anche una capanna per ospitare i turisti qualora ci sia anche il pernotto nel tour. Fuori gli animali. Nel villaggio vero e proprio non ci fanno entrare (noi non lo chiediamo).
LA SCUOLA PRIMARIA Thomas ci chiede se vogliamo visitare una scuola Masai. Gli rispondiamo di si. Ci rimettiamo in cammino tra i campi, un altro paio di chilometri nella polvere. Ogni tanto incrociamo del bestiame sempre sorvegliato da bambini forse meno di 8 anni. Arriviamo alla scuola e Thomas ci presenta il direttore. Ci spiega delle difficoltà di trovare fondi per acquistare nuovi banchi, e trovare altri insegnanti per snellire le classi. Entriamo nella terza, ci sono 133 ragazzi, 4 per banco (invece che due). Sono tutti ordinati, puliti e vestiti tutti uguali. Ci salutano insieme, e rispondono all’unisono alle domande. Ci viene la pelle d’oca. Thomas ci spiega che Oldonyo Sambu ha una popolazione di circa 3000 Masai, 1500 sono i bambini che frequentano quella scuola. Ci piacerebbe tanto aiutarli, non chiedono elemosina, ma solo una mano per farcela da soli. Ci viene in mente il volontariato, si potrebbero fare varie attività, da quelle manuali come il muratore, l’imbianchino, l’elettricista ecc a quelle didattiche per sfoltire un po’ le classi. Vorremo tanto informarci su un progetto simile. (ndr: tornati a casa siamo andati a ritrovare sulle mappe la scuola, non ci sono cenni da nessuna parte. Eppure è grande, almeno quattro casoni…). Dopo la terza è la volta della quarta i ragazzi sono meno ma sempre più di cento, così come la quinta la sesta, la settima e l’ottava. Con fierezza ci fanno vedere l’energia elettrica prodotto dai pannelli fotovoltaici. La stessa Arusha ha questo problema, tanto che molte attività hanno il gruppo elettrogeno perchè l’energia elettrica spesso non c’è. Il tempo vola e salutiamo i ragazzi e torniamo al Villaggio.
IL PRANZO MASAI Ci riposiamo sotto la capanna ma è già tempo del pranzo. Ci portano due tegami fumanti, in uno c’è del riso, nell’altro le patate in umido. Facciamo porzioni piccole nel caso non fossero di nostro gusto. Ma c’è il bis per il riso, mentre le patate le prendiamo tre volte. Sapori e odori buonissimi, pasto semplice ma molto appetitoso. Thomas apprezza il nostro appetito, lui invece si era fatto già un piattone e fa anche il bis.
Ci propongono di visitare il “medicine” una sorta di Strogone (passatemi la parola) che attinge dalle piante le erbe curative. Entriamo nella capanna dove c’è una donna che avevamo incontrato nella mattina. Ci spiega le varie erbe e a cosa servono. Poi ci chiede di leggerci il futuro… diciamo di no. Il tempo è volato ed è ora di tornare. Ripercorriamo il tragitto in mezzo alla polvere della Savana tra uadi e cactus e alla fine arriviamo sulla strada asfaltata. Thomas si mette in disparte al telefono, noi scherziamo con dei tassisti in moto. Gli chiediamo di farci fare un giretto, prima ci dicono di salire poi capiscono che vogliamo guidare e scendono. Come se fosse un amico da sempre che ti presta la sua moto per fare un giro. Diciamo che stiamo scherzando e loro quasi si offendono che non abbiamo accettato… poi basta un sorriso perché tutto passa.
RITORNO Thomas nel frattempo ha trovato un passaggio a 20000 TZS (9 euro in tre). Si parte ma alle porte di Arusha l’auto si ferma per fare benzina. Noi ne approfittiamo per prendere la pistola dell’aria compressa e toglierci un po’ di polvere. Nessuno ci aveva pensato e si mettono a ridere. Anche Thomas si fa pulire dall’aria davanti allo stupore di tutti gli addetti della stazione. Una bella risata generale e si riparte. Arusha è vicina e noi ci facciamo portare in centro. Ne approfittiamo per verificare il nuovo Hotel che abbiamo prenotato dall’Italia proprio vicino alla stazione. È un vecchio palazzo, l’Hotel Joshmal (camera doppia 100 euro per due notti), è sopra ad una banca. Chiediamo se possiamo lasciare le valigie in modo da non portale con noi a Karatu, “Hakuna matata”, nessun problema come lo spirito del popolo.
Torniamo al Korona con il Dala Dala (500 TZS in due meno di 25 centesimi), la strada ci sembra ancora più lunga.
Doccia al volo per cercare di togliere la polvere e cena.

Giorno 8

La mattina seguente chiediamo il conto, l’Hotel l’abbiamo già pagato (tre notti in doppia 166 euro) ma ci sono gli extra: le tre cene 59.000 TZS, i due taxi 40.000 TZS in totale quasi 45 euro).
MASAI MARKET Colazione e taxi (15.000 TZS, circa 6.50 euro) per arrivare allo Joshmal e consegnare le valigie. Abbiamo tutta la mattinata da programmare, ci dicono che c’è un Villaggio Masai a 7 Km ma che non si può arrivare con i Dala Dala. Trattiamo con un taxi che ci porta e ci riporta per 35.000 TZS (15 euro). Arriviamo a Ngaramtoni che il mercato deve ancora “esplodere”. Ci sono le prime mercanzie in terra, altri stanno ancora scaricando dai carretti trainati da asini o dai Dala Dala. Aspettiamo un’oretta che il mercato si popoli, ma non riusciamo a cogliere in pieno il bailamme caleidoscopico tipico. Non vogliamo arrivare a Karatu tardi, quindi decidiamo di tornare. Ci facciamo portare in centro e dopo poco ci mettiamo sopra lo Shattle per Karatu in attesa della partenza. Ci dicono che partirà quando sarà pieno. Ma non potevamo immaginare che pieno significa 12 persone in un monovolume da 7 (9 strette). Il viaggio è breve ma allucinante, non c’è lo spazio nemmeno per muovere un piede. Scendiamo ridendo ma in effetti siamo distrutti.
KOBE Arriviamo al Kobe House a piedi, anche per sgranchirci le gambe. È una casa vera e propria con il suo giardinetto, ci fanno vedere quattro stanze per la scelta. È tutta a nostra disposizione, scegliamo una con due letti matrimoniali, nel bagno c’è l’essenziale. Il posto è paradisiaco, sembra di stare a casa propria. I due ragazzi che sono di guardia sono disponibilissimi, peccato che non ci sia il collegamento ad Internet. Nel pomeriggio viene George per mettere a punto il programma del giorno dopo. Ha già prenotato lo spostamento a Garofali e poi quello dagli Hadzabe. È entusiasta di cosa andremo a vedere e ce lo spiega con gli occhi lucidi. Lui poi ci metterà sulla macchina che ci riporta a Karatu rimando a Garofani. Un te insieme e l’arrivederci alla mattina dopo, verrà in Hotel alle 7.30.
ALTERNATIVA Nel frattempo arriva una Jeep, è uno dei manager dell’Hotel. Gli facciamo i complimenti, lui contento si mette a disposizione per qualsiasi evenienza. Per esempio il costosissimo Ngorongoro si potrebbe visitare a basso prezzo partendo proprio da Karatu e affittando una Jeep con guida per un giorno alla spesa di 150 dollari, a questi bisogna aggiungere 50 dollari a persona per entrare nel parco e 100 dollari per scendere nel cratere. Mentre per il Serengheti i costi sono, oltre ai 50 per entrare nel parco, 60 al giorno per restaci e ci dice che c’è una Kobe House gemella che ci potrebbe ospitare al prezzo di 50 dollari al giorno.
Uno dei problemi principali della Tanzania infatti è il costo stratosferico dei safari. Hanno il meglio che un turista può cercare come il mare (Zanzibar e Pemba, ma anche il litorale con Tanga e Dar), i parchi più belli e pieni di animali del mondo come il Serengheti, il Ngorongoro, il Tarangiri e il Selous solo per citare i più famosi), i laghi (su tutti il Lago Manyara con i Flamingos), la montagna con il Kilimanjaro, i popoli come i Masai, gli Hadzabe i Datoga ma non sono accessibili a tutti i portafogli. Molte volte per abbassare i prezzi i Tour Operator offrono il campeggio in tenda quando ci sono Hotel a un prezzo più basso. Solo per farsi un’idea tre giorni (due notti) al Serengeti e Ngorongoro è difficile trovarla sotto ai 600 euro (il doppio del Masai Mara che è la parte keniana del Serengheti). Quanto proposto da Lohay è la metà (210 per le entrate ai parchi, 50 per dormire più il costo dell’auto da dividere) sarebbe una buona idea per tornare. Prendiamo tutti i recapiti.
La serata passa con una camminata tra le “campagne” di Karatu, ci facciamo riportare da un risho fatto con l’apetta (3000 TZS circa 1.30 euro) e poi la cena preparata in loco da uno degli addetti che prima di cucinare ci chiede cosa vogliamo mangiare. Ci prepara un buon pollo arrosto con patate e riso, manca da bere ma fa un salto in città per prenderci una birra ghiacciata.
Mette a posto lo cucina e ci dice di chiudere a chiave perché resteremo soli.

Giorno 9

Karatu
La mattina seguente alle 6 ci svegliano i rumori del suo ritorno. Alle 7 facciamo colazione insieme a George che ci è venuto a prendere (a piedi ovviamente). Lasciamo pc e altre cose in Hotel con la massima disponibilità dei ragazzi. Arriviamo alla stazione dei bus ed individuiamo il nostro. È una vecchia Land Rover adibita al trasporto di cose e persone. Le persone dentro: 4 davanti e 4 dietro, nel cassone tre panchette laterali e tre strapuntini centrali per un totale di 17. Le cose? Ovunque, sul tetto le più ingombranti, ma il resto ovunque due pacchetti sul cofano al posto della ruota di scorta. Dopo l’esperienza fatta il giorno prima, decidiamo di acquistare 4 biglietti per tre posti (20.000 TZS circa 9 euro) in modo da stare comodi nel percorso accidentato. L’autista accetta subito e gli altri occupanti non dicono nulla. Partiamo con un’oretta di ritardo alla volta di Garofali, ben presto lasciamo la strada asfaltata per inoltrarci nella Savana. La strada è un percorso dissestato si sale e si scende seguendo sempre il terreno. Incontriamo solo un ponte che scavalca un fiume secco. S’incontrano pochi villaggi, sembra che si attraversi una foresta. Dentro alla Jeep non si riesce a vedere bene la strada, la nostra altezza ci penalizza.
HADZABE Arriviamo a Garofali dopo un’oretta di viaggio e ci fanno scendere davanti ad una casetta chiusa. George chiama il nostro nuovo autista che nel giro di pochi minuti spunta tra la polvere. È un’altra Land Rover vecchia, ma questa volta siamo solo in tre e il tragitto dovrebbe essere breve. In poco tempo siamo sulle “rocce” dimora dei Boscimani Hadzabe. Scaliamo una collinetta, è mezzogiorno, e il caldo si fa sentire sulle gambe. La prima cosa che scorgiamo è il villaggio fatto di capanne. Sono molto particolari, diverse dai Boscimani del Kalahari. Usano anche il bambù e sopra dei teli per riparare la pioggia. Sembra che non ci sia nessuno. Poi George ci porta dietro una grossa roccia e sotto, al riparo dal sole, accanto ad un fuoco ci sono gli uomini. Ci salutano cordiali ma schivi, e poi riprendono le loro attività. C’è chi sta lavorando una freccia, chi aggiustando una scarpa usando un sasso, chi arrota un coltello. Uno dei più anziani sta fumando uno spinello, l’hashish se lo procurano in città e lo avvolgono in carta di giornale. I più piccoli guardano i grandi e cercano di comportarsi come loro. Ci danno poca confidenza, ma al tempo stesso non ci fanno sentire a disagio. Scattiamo foto e facciamo filmati, loro rimangono indifferenti. Nelle foto riviste a distanza nessuno guarda in camera.
LE DONNE Passiamo una mezzoretta con loro che scorre veloce poi ci spostiamo dalla donne. I due gruppi durante il giorno non vivono mai insieme. Con le donne ci sono anche i piccoli. Ci guardano senza darci tanta confidenza, alcuni più timidi sono sulle rocce. Le donne continuano i loro lavori come la creazione di collane e bracciali infilando perline forse acquistate in città. Ma ci sono anche dei semi, forse raccolti e forati da loro. Un bambino con un sasso rompe una grosse noce, dentro ci sono dei frutti bianchi che ingurgita con succulenza. Chiediamo a George cosa sia, lui con la massima delicatezza toglie dalla mano del bimbo alcuni e ce li porge per assaggiarli. Sono i frutti del Baobab, dolciastri, anche gli altri bimbi ne vogliono. Diciamo sono le loro caramelle.
Quando tutto sembra finito, si mettono in cerchio e iniziano a cantare e danzare per noi. Una danza iniziata dai giovani, poi disposti a cerchio sono incominciati ad arrivare i bambini e le donne. Una danza da cacciatori, forse propiziatoria per la buona riuscita della caccia. Sono pagani, non hanno dei, l’unica divinità è il sole. Non ci sono famiglie nella comunità ma le donne, che comandano, sono promiscue e decidono di volta in volta il loro uomo. Non dicono mai ai figli chi è il padre per mantenere unita la comunità. Ne sono rimasti una manciata di Hadzabe circa 700 ed è un popolo destinato a scomparire, con loro le tradizioni boscimani. Il capo del villaggio ha in mano delle frecce, ce ne porge una per regalo, noi gli diamo un piccolo contributo in denaro, e lui contento ce ne regala un’altra. Sono i più belli souvenir che abbiamo mai riportato a casa, due frecce “vere” del popolo Hadzabe. Le punte sono acuminate e di ferro, rischiamo di farci male a portarle.
DATOGA Scendendo abbiamo fatto sosta ad un villaggio Datoga, abili nella lavorazione del ferro. Ci hanno mostrato come fanno i braccialetti di rame, ottone o argento. Le loro tecniche di lavorazione. Partono da rottami di rame, tubi vecchi, rubinetti, per poi fonderli nella brace ardente grazie a dei mantici. Poi il villaggio, molto simile a quello Masai (ma non diteglielo perché i due popoli sono sempre in continua lotta per il territorio), ed infine hanno cantato e danzato per noi. C’è il tempo per vedere la sede dell’organizzazione che ci ha permesso questa visita, la capanna d’ingresso è tappezzata di foto sui popoli che abbiamo conosciuto. Le tre ore passate sono volate ci aspetta il bus per Karatu. Facciamo sosta nella casetta dove ci hanno lasciato. Ci fanno entrare, è un bar con dentro un comodo salotto. Ci possiamo rilassare nell’attesa. Nel frattempo George si fa incartare le frecce dividendo la parte in legno da quella in ferro. Arriva la Jeep e ci saluta in fretta. Al ritorno abbiamo prenotato tre posti, ma ugualmente c’è una quarta persona sul sedile ma è un bambino di una diecina d’anni che per tutto il viaggio non fa altro che guardarci. Ma durante il tragitto la Land Rover si ferma davanti ad una capanna, ci sono da caricare dei sacchi di carbone. Sistemarli non è un’impresa facile, ma nessuno si sconforta neppure i molti che attendono dentro l’auto. Salgono e scendono dal tetto della Jeep sia il proprietario dei sacchi che l’autista, poi li bloccano con delle corde, ma da un sacco cade del carbone. Nessuno si preoccupa, la sosta è lunga ma non ci sono brontolii. Poi si riparte, ad ogni buca cade del carbone.
RITORNO Arriviamo a Karatu nel primo pomeriggio e ci lasciano davanti all’Hotel. Raccogliamo quanto lasciato, salutiamo i due ragazzi e andiamo alla stazione dei bus. Squilla il telefono è George che si vuole assicurare che tutto sia andato per il meglio. Ci ringrazia della giornata trascorsa, ma rispondiamo che siamo noi a ringraziarlo della disponibilità infinita.
Monte Meru
Arriviamo al piazzale per prendere il primo shuttle per Arusha. Questa volta con 10 dollari ci assicuriamo tre posti, il viaggio sembra più corto. Scendiamo che già è buio, ma l’Hotel è a pochi metri e l’affollate vie del centro sono ancora in fermento. Chiediamo subito se possiamo cenare, ci dicono che non c’è fretta la cucina è aperta fino alla 22. Una doccia al volo e siamo nella sala ristorante a prenotare (26.000 TZS in due circa 11 euro) comprese le birre. Nella sala c’è il WiFi e ci colleghiamo alla rete anche se l’energia elettrica spesso manca, l’Hotel è provvisto di gruppo elettrogeno che però usa solo di notte.

Giorno 10

SHOPPING La mattina seguente ci alziamo all’alba, si vede il Monte Meru nella sua interezza prima che le nuvole del giorno lo coprono. Decidiamo di passare una giornata in città senza fare grandi cose. Cerchiamo il ristorante Via Via che è a ridosso del Museo in una specie di Oasi foresta. È il crocevia del turismo, si possono organizzare vari tour e il personale è disponibile per qualsiasi tipo d’informazione. Di notte si anima con degli spettacoli dal vivo. Chiediamo informazioni sui mercatini, e ci accorgiamo che quello che volevamo andare a vedere a Oldonyo Sambu (vi ricordate il villaggio Masai?) era proprio oggi e non domani come credevamo. Ma le energie rimaste dopo la giornata trascorsa non ci danno lo sprint per ripartire e rinunciamo. Cerchiamo dove poter visitarne uno l’indomani prima della partenza per Nairobi. Non riusciamo a cogliere informazioni certe e decidiamo di vederle su Internet.
Ci fermiamo al New Safari Hotel vicino alla Piazza dell’Orologio per pranzare (23.000 TZS circa 10 euro due pizze al forno a legna con relative bevande), il caffè lo prendiamo all’African Cafe (6500 TZS). Poi ci rechiamo in un piccolo supermercato a comprare il Caffè e il te da portare in Italia. Entrambi prodotti locali di alta qualità.
SCIUSCIA’ Ci fermiamo in una piazzetta dove ci sono degli “Sciuscià” e ci facciamo pulire le scarpe impolverate dalle camminate dei giorni precedenti. La pulizia è meticolosa e ci vuole più di un’ora prima di riaverle. Nel frattempo ci porgono dei sandali. Noi siamo gli unici “turisti”, la coda di clienti è tutta locale. Aspettano senza fare storie, alle spalle c’è anche un sarto. Tutto alla luce del sole. Davanti ai nostri occhi si snocciola la vita quotidiana. La piazzetta è anche il punto di ritrovo delle moto-taxi.
Ritorniamo al nostro Hotel non prima di aver visitato il Casinò che a quell’ora è chiuso al pubblico ma aperto per i curiosi come noi. Una sosta alle vari negozietti numerosissimi. Ci fermiamo a vedere dei telefoni, dietro la vetrina si può scorgere un barbiere che divide la bottega. Meriterebbe una foto, ma non sono molto gradite dalla popolazione e quindi la imprimiamo solo nella nostra mente. Ci informiamo alla stazione dei bus sui mercati Masai dell’indomani, ma le risposte sono vaghe e non convincenti. Tornati nella nostra stanza d’albergo ci colleghiamo ad internet dove un turista a postato nel suo sito tutti i Masai Market a ridosso di Arusha, la domenica ce né uno a Monduli Chili. Scendiamo per chiedere informazioni agli autisti dei shuttle, ma nessuno sa dove sia realmente dislocato il mercato. La zona è quella dove lo vedemmo lo scorso anno ma…
È l’ora del tramonto, saliamo al settimo piano per scattare qualche foto al Monte Meru che si è totalmente scoperto e ad Arusha. Lo immortaliamo con la punta rosa e il resto nel buio, frutto del vespero. Cena in Hotel (26.000 TZS in due circa 11 euro) e subito a dormire.
AVVENTURA Dopo la colazione prepariamo le valigie alle 14 ci aspetta lo Shuttle per Nairobi, ma prima c’è un’intera mattinata da programmare. Scendiamo per strada e al primo taxi chiediamo se ci accompagna a Monduli Chili. Ci mettiamo d’accordo per il prezzo e per l’ora di ritorno e con una vecchia auto scassata ci incamminiamo. Alla prima pompa di benzina l’autista scende per fare rifornimento e ci chiede 10.000 TZS di anticipo. Usciamo fuori la città e attraversiamo le piantagioni di Caffè di Kisongo e l’Aeroporto di Arusha, quindi Duka Bovu, passiamo il bivio di Monduli e il tassista inizia a preoccuparsi. Ci accorgiamo in fretta che Monduli Chili non ha la più pallida idea di dove sia. Noi gli diciamo di continuare convinti che sia quello visto l’anno scorso che era proprio a ridosso della strada. Ma Monduli si allontana, nel frattempo ci ferma la polizia, ma neppure loro sanno dove sia. Tre donne Masai sono sulla strada, forse è meglio chiedere a loro? Infatti ci dicono che abbiamo superato di molto il bivio dove girare e Monduli Chili è sulla strada di Monduli vicino all’accademia militare. Il tassista fa inversione a U nell’ampia strada e alla prima pompa di benzina mette altre 400 TZS (meno di due euro). Arriviamo al bivio e ci avviamo nel lungo rettilineo che sale a Monduli. Dopo l’Accademia in un viale alberato la svolta a sinistra e in collina s’iniziano a vedere le prime case. Chiediamo informazioni e ci dicono che bisogna proseguire a piedi in un sentiero sterrato. S’iniziano a vedere i primi venditori, e poi in una distesa arida il Mercato Masai che non è ancora al pieno della sua espansione. I colori sono indescrivibili, le donne sono tutte ben vestite come se fosse una festa. Collane e orecchini sui tipici “lenzuoli” colorati e sopra dei grossi foulard sgargianti. Un caleidoscopico bailamme carnevalesco pieno di sorrisi. Sotto la spianata un campo da calcio con altri Masai intenti ad accudire il bestiame. Acquistiamo una “coperta” e un foulard dai colori tipici e “obblighiamo” la venditrice a farle delle foto. I Masai non amano essere fotografati, molti chiedono del denaro, altri voltano il capo. Il mercato piano piano si anima ma per noi è arrivato il momento di tornare. Cerchiamo il tassista che è davanti ad una casetta intento a parlare. Come ci nota corre subito da noi, è allegro e su un foglietto si è fatto scrivere in inglese l’extra per il percorso in più fatto. Ancora una volta con il sorriso trattiamo e gli diciamo che affronteremo le spese della benzina. Ci rimettiamo in macchina e al primo distributore si ferma per mettere altri 10.000 TZS e sono tre, come le volte che si è fermato. A noi non era mai successo una cosa simile, forse solo in Tanzania accadono certe cose, ma non ne conosciamo affatto il motivo anche perché tutto è fatto nella maniera più naturale.
L’ADDIO Arriviamo ad Arusha che è già passata l’una, all’una e trenta ci vengono a prendere per portarci alla partenza dello Shuttle, così avevamo pattuito ma è sempre meglio una telefonata di conferma. Non c’è il tempo di pranzare in Hotel, ci prendiamo un pacco di biscotti, ceneremo a Nairobi.
Vendono a prenderci in anticipo, un’altra contraddizione dell’Africa, e ci portano dall’altra parte della città dove partono i bus per Nairobi. Siamo i primi a salire e possiamo sceglierci i posti migliori. Arrivano le due e nel bus ci sono solo tre indiani, con un po’ di ritardo parte la ditta concorrente alla nostra. Si fanno le due e mezzo e si aspetta ancora gente. Alle tre l’autista accende il motore del vecchio pulmino di 24 posti. Noi non abbiamo fretta, le valigie sono ancora a terra in attesa di una sistemazione. Se saremo pochi verranno caricate sui sedili, in caso contrario sul tetto. Viene presa questa decisione e in una calma serafica, con lacci e corde, tutti i bagagli vengono sistemati. Abbiamo perso anche noi la cognizione del tempo, in ogni caso non abbiamo fretta, l’unica preoccupazione è quella di non arrivare di notte a Nairobi, ma ormai ci sembra inevitabile. Questo spostamento lo avevamo già fatto lo scorso anno su un pullman confortevole da 56 posti, quasi vuoto e arrivò con circa quattro ore di ritardo. Sappiamo a cosa andremo incontro. Abbiamo preso un Hotel sulla strada nella parte sud di Nairobi proprio per non attraversare la città dello smog. Prima tappa un grosso distributore ad Arusha, il pieno e l’autista che va in bagno. Finalmente si parte e ripercorriamo la strada conosciuta nei precedenti spostamenti. Arriviamo alla frontiera di Namanga per svolgere le formalità doganali. Facciamo la fila per uscire dalla Tanzania, quella per acquistare il visto per il Kenya (50 dollari a persona) e poi risaliamo sulla vecchia corriera. C’è poca gente forse perché è domenica. Ce la ricordavamo piena di venditori di tutto, ed invece solo qualche gruppetto di Masai che vendono collanine e chincaglie varie. La frontiera è stata tutta risistemata e la strada riasfaltata ed ora passa su un nuovo ponte.
KENYA Dopo un po’ chiediamo all’autista se ci porta al nostro Hotel. Non lo conosce, ma si fa aiutare da un ragazzo che è seduto accanto. È lui a spiegargli dove si trova e quindi ci dice che l’autobus non passa di lì e ci porterà al deposito in centro città. Il ragazzo s’intromette nella discussione e in lingua swaili gli dice qualche cosa, poi si rivolge a noi e ci chiede se abbiamo il numero di telefono dell’Hotel. Se lo fa dare insieme al nostro telefono e lo chiama. Poi si rivolge ancora all’autista nella propria lingua, e quindi a noi dicendo di non preoccuparci perché l’Hotel manderà in un dato punto d’incontro un taxi. Rimaniamo perplessi, ma dobbiamo solo aspettare per capire se tutto ciò è vero. Ci accorgiamo di essere quasi arrivati quando attraversiamo Athi River l’ultima cittadina prima dell’incrocio che ci immetterà sulla dorsale Mobasa-Nairobi che va in Uganda. Il traffico è intenso, i Dala Dala ci tagliano in continuazione la strada. La gente è riversata in strada come preda alle compere natalizie. Si intravedono anche dei “siparietti” dei palchi allestiti dove si canta e si balla. È già notte ma sembra che le persone si siano svegliate ora. Il tratto dopo è una striscia di catrame che scavalca una vallata, sopra la grande autostrada a quattro corsie con uno spartitraffico da autostrada del Brennero.
Il traffico scorre e s’intravedono le prime luci nel cielo degli aerei. Si arriva al bivio con l’aeroporto internazionale e sulla sinistra il Parco Nazionale di Nairobi. Attraversiamo l’area industriale e quindi quella delle concessionarie con i primi grandi Hotel e centri commerciali. Non arriviamo alla prima rotonda che il bus si ferma in una stazione di servizio. Ci dicono di scendere che siamo arrivati, ci viene incontro un signore. Scarichiamo le valigie, i saluti e ringraziamenti di rito e saliamo sul taxi. Le strade periferiche sono buie ma piene di auto.
LA SUITE In una manciata di minuti siamo al Margharibi Suites Hotel (77 euro la doppia con prima colazione), ma il tassista non sa dove è l’entrata. C’è un numero indecifrato di agenti alla sicurezza, uno di loro gli indica la strada. Scarichiamo le valigie e ci facciamo portare alla reception ma prima veniamo “scandagliati” come se fossimo all’entrata di un aeroporto. La ragazza della reception è sorridente e gentile, ci chiede il passaporto e svolge tutte le formalità. L’impressione è molto buona, l’ultima notte l’avevamo prenotata in un altro Hotel più costoso, chiediamo la disponibilità per giorno, tramite la Rete possiamo disdire senza penale e prenotare qui, ci diciamo fiduciosi. Saliamo e prendiamo possesso del nostro miniappartamento, un monolocale dove c’è tutto per viverci. Il bagno è un po’ piccolo, ma c’è tutto l’occorrente, basta capire il suo funzionamento. Una doccia (come si farà a far venire l’acqua calda? Il pulsante lo troviamo fuori della porta) e scendiamo per andare a cena. Ci dicono che non ci sono Ristoranti aperti all’interno della megastruttura, ma che appena fuori dalla strada c’è da scegliere. Di fronte infatti c’è un Centro Commerciale (T-Mall) ed accanto un locale dove si può cenare. Il Taidy’s è pieno di gente, c’è chi sorseggia una birra in compagnia, chi gioca a biliardo, chi guarda le numerose TV accese, pochi cenano. Forse perché è troppo presto, ma noi chiediamo ad una cameriera il menù e ci dice che la cucina è aperta. La scelta è ampia e l’attesa è lunga quindi deduciamo che sono piatti cucinati all’istante e non preconfezionati. Due birre e delle costolette di maiale in salsa chili pincantissima (15 euro il totale) e in più si può pagare con Carta di Credito quasi “bandita” in Tanzania. Stanchi e sazi torniamo in Hotel non prima di aver prenotato per un’altra notte, quella a ritorno dal Safari.

Giorno 11

Ci svegliamo presto e prima delle 7 siamo in cima alla terrazza dell’Hotel per fare colazione. Si vede tutta Nairobi con i suoi grattacieli in lontananza. Lo skyline è incantevole, peccato non avere con se le macchine fotografiche. Non c’è il tempo per andarle a prendere perché ci chiamano dicendoci che ci aspettano, è il taxi mandato dall’agenzia per portarci all’appuntamento in centro.
Masai Mara
Il traffico è intenso e l’autista cerca le strade secondarie per aggirarlo. Arriviamo un una strada dove sono parcheggiate delle fuoristrada in pieno centro. Tutto è chiuso non sono ancora le 8. L’autista non ha fretta ma ci dice di non uscire dall’auto. Nairobi non è una città sicura e lo sanno bene chi ci vive. Arriva il primo omino dell’agenzia che ci saluta e ci dice di aspettare. Poi una ragazza che sale in macchina con noi. Ci parla del Safari e ci dice che sarà come avevamo specificato nella prenotazione. Paghiamo dentro l’auto e ci porta in una strada laterale. Ci fa salire su un pulmino 4x4 e ci dice di prendere i posti e aspettare. Intanto si susseguono persone che caricano scatoloni nel portabagagli. Chiediamo quanti saremo, ma la risposta è vaga 5 o 6. Arrivano un cinese e un coreano, si aspetta un po’ poi si parte. L’autista è un giovane che si presenta con il nome di Antony. Non prendiamo la strada principale ma altre vie laterali. Il pulmino si ferma di nuovo, forse aspettiamo qualcuno. Dopo un po’ arrivano due ragazze, una russa l’altra ucraina e un inglese. Siamo sette la squadra è fatta, si parte!
Il Coreano è il più fremente perché farà solo una notte quindi il safari di questo pomeriggio e quello di domani mattina. È un ingegnere che è venuto in Kenya per un congresso e ha colto l’occasione per vedere gli animali. Ci racconta delle sue esperienze, è stato 10 anni in Angola. Il cinese è di Chendu ma non spiccica una parola d’inglese. Le due sovietiche intavolano amicizia con l’inglese, un giovane di bella presenza. Prima sosta una stazione di servizio, dove Antony fa il pieno e non ci compriamo un po’ di robaccia per il viaggio. Altra sosta “obbligata” la Rift Valley con il suo suggestivo panorama. La velocità di crociera è molto bassa non si superano i 70Kmh. Si arriva a Narok a ora di pranzo, è l’ultima città prima del parco. Ci fermiamo a mangiare in una specie di ristorante dove ci eravamo fermati anche l’anno prima e restammo a digiuno. È un self service con della brodaglia da versare su stoviglie lavate in fretta. Questa volta c’è del riso e delle patatine fritte, decidiamo di rischiare (si fa per dire dato che siamo vaccinati contro il tifo). Ci rimettiamo in viaggio dopo un’oretta di sosta e la strada inizia prima ad essere bianca e poi in terra. Gli autisti preferiscono i percossi paralleli nella savana. Arriviamo al bivio di Aitong e svoltiamo a sinistra in direzione delle montagne. Percorriamo una settantina di chilometri costeggiando il parco fino ad arrivare al villaggio di Ololaimutiek quindi risaliamo per la montagna fino a giungere al Lenchanda Tourist Camp.
CAMPEGGIO Un campo tendato molto spartano dove ci accolgono con un caffè. Ci danno la tenda e notiamo che è molto spaziosa con addirittura tre letti (comodi). Il bagno in muratura è personale ed è dietro con tre scomparti divisi da dei comodi muretti di un metro e mezzo: wc, lavabo e doccia.
Si parte subito per il primo safari. Gnu e Zebbre sono le prime a venirci incontro, poi gli uccelli numerosi e multicolori. Un gruppo di Orici e mamma e figlioletto Giraffa, dietro un gruppo più numeroso. Un Facocero come ci vede scappa così come uno Sciacallo. Sulla collina si scorge l’arcobaleno che fa un bell’effetto ben augurante. Dietro ad un cespuglio un Leone accanto al suo pasto che svogliatamente divora. Il sole tramonta sul Masai Mara lo immortaliamo accanto ad una acacia. Ma c’è ancora il tempo per vedere una coppia di Leoni. Lei sdraiata, Lui con il capo alzato, si notano alcune ferite, ha un occhio chiuso, forse è cieco. La Leonessa si alza e si porta sopra una roccia, ruggisce al sole che tramonta. Sa che ora la temperatura scende ed è il momento della caccia. Scruta l’orizzonte in cerca di qualche preda. Poi si risiede sul masso e aspetta. Noi non lo possiamo fare, abbiamo pochi minuti per raggiungere il Gate che segue gli orari del sole.
Antony affronta le piste di terra come in un rally cercando di arrivare in tempo prima della chiusura. È orami notte quando s’intravede la struttura, ci sono Jeep in fila per uscire, ma la nostra prende una via secondaria e risale lungo la collina. Un percorso terroso che ci porta diretti al Camp. C’è il tempo di una veloce doccia che ci vengono a chiamare per la cena.
La luce è soffusa creata da un gruppo elettrogeno che fa da colonna sonora. Sotto al capannone i tavolini a mo’ festa dell’Unità, con sopra le tovaglie a scacchi che richiamano i tessuti Masai. Nel tavolo in fondo i contenitori con le cibarie. C’è fila, ci sono tanti turisti. I piatti ancora umidi vengono presi ad uno ad uno. Nel primo scomparto c’è del purè di patate, nel secondo degli spaghetti, nel terzo verdure e spezzatino, poi i bicchieri e i thermos con l’acqua calda per potersi fare un te o un caffè. Consumiamo il pasto velocemente, si scambia qualche parola con i vicini. La maggior parte sono giovani asiatici. La corrente elettrica si trova solo in quest’area e quindi si portano i vari caricatori per trovarli efficienti l’indomani. Qui il gruppo elettrogeno viene attivato dalla 5.30 alle 6.30 la mattina e dalle 18.30 alla e 20.30 la sera, il resto lo fa il sole. Scarichiamo le foto, le più belle sono quelle del tramonto ed ognuno le fa vedere vantandosi.

Giorno 12

SECONDO GIORNO Antony cambia il programma, sveglia alle 7 per partire alle 7.30. Noi siamo indiavolati siamo venuti fino a qui per fare i safari mattutini e notturni non per fare una vacanza. Lui insiste ma ci dice che torneremo al tramonto. Non ci sono più il Coreano e l’Inglese, al loro posto una giovane coppia di Hong Kong. Si parte quando il sole è già alto. Solo Gnu, Orici, Spring Box e Zebbre sono in piedi, gli altri animali sono difficili da scovare perché dormono sotto la boscaglia. Gli avvoltoi finiscono i pasti lasciati dai Leoni prima, Iene e Sciacalli dopo. Non si butta niente nella Savana e questo fa si che le carcasse non marciscono trasmettendo delle dannose malattie. Sotto un albero un Ghepardo, ogni tanto alza il capo per scrutare e annusare l’orizzonte. Sotto le acacie gli Gnu si assembrano in cerca di ombra. Una coppia di Leoni è sotto un albero. Lui si alza e ruggisce, poi si risdraia accanto a Lei. Un branco di Elefanti è alla ricerca di cibo tra la vegetazione alta. Ancora Avvoltoi, Serpentari, Gnu e Zebbre e sullo sfondo un gruppo di Giraffe. Sotto un albero al fresco riposano due Ghepardi, sotto il sole caldo non hanno la forza nemmeno di alzare il capo. Ci fermiamo vicino ad uno stagno dove sotto una acacia facciamo il picnic. La tovaglia color Masai viene stesa in terra dove poggiamo i nostri cestini e possiamo sederci a riparo dagli insetti. Poi si riprende la marcia verso il Masai River dove si possono scorgere Ippopotami e Coccodrilli. Sotto la boscaglia due Leopardi, ci fermiamo tanto tempo per cercare di vederli meglio, alla fine desistiamo e ci accontentiamo delle loro code. Dall’altra parte del fiume c’è una attraversata, quando arriviamo è già terminata. Ci fermiamo poco distanti dove un branco numeroso è sulla riva pronto a attraversare. I primi tentativi non vanno a buon fine, le Zebbre spaventate risalgono le rive scoscese. Altri tentativi, ma nulla di fatto. Poi è la volta di una Zebbra che incurante dell’acqua alta guada il Mara River per raggiungere il Serengeti. Dietro di lei un gruppo di Zebbre in fila indiana poi numerosi gli Gnu. È la migrazione degli animali tra le due aree del Grande Parco Nazionale che si divide nei due Stati senza un vero e proprio confine. Stiamo almeno una mezzora ad ammirare, filmare e fotografare le mandrie che attraversano il fiume. Uno spettacolo unico che solo questo Parco più mostrare. Alla fine la fila indiana si perde nell’orizzonte e l’acqua diventata marrone dal passaggio. A noi rimane uno spettacolo della natura difficilmente rivedibile. Antony è soddisfatto forse più di noi, e si rimette in marcia in direzione Camp. Giraffe, Ghepardi non destano più tanta attenzione, poi una coppia di Iene maculate, facciamo in tempo solo per uno scatto fugace e via. È l’ora del tramonto che immortaliamo con allo sfondo un’acacia tipica del Masai Mara, è notte quando incontriamo un Elefante solitario.
Al Camp la cena è pronta c’è il tempo di una doccia per essere in fila per servirsi. La cena è la stessa, ma ormai non ci facciamo più caso. Non vediamo l’ora di scaricare sul Pc le foto e vederle. Ma la stanchezza accumulata è tanta, ci accorgiamo che siamo rimasti solo noi all’interno della grande capanna.

Giorno 13

La mattina ci sveglia il rumore del gruppo elettrogeno, non guardiamo nemmeno l’orologio, saranno le 5 e mezzo e alle 6 c’è la colazione per partire alle 6.30 per il safari mattutino. Facciamo in tempo per vedere l’aurora che traccia delle strane striature indaco nel cielo come un’aurora boreale. Proviamo a fotografarla, ma la luce è talmente poca che ci viene solo una macchia nera. Ma pochi attimi dopo si fa intenso il chiarore del sole che cogliamo dietro un acacia con uno animale che pascola. Una foto da screensaver che immortaliamo. Antony sente qualche cosa alla radio e accelera, si dirige in direzione delle colline. Pensiamo fosse un felino, magari un Leopardo. Ed invece con nostro stupore un rarissimo Rinoceronte Nero che corre dall’altra parte della collina. Lo seguiamo ,rischiamo di mettere sotto un Leone appisolato tra i cespugli. Non lo degniamo nemmeno di uno sguardo, il Black Rhino è in via di estinzione e lo avevamo visto più di una volta ma talmente lontano che il potente zoom da 1200 non riusciva a metterlo a fuoco. Questa volta è talmente vicino che possiamo vederlo nella sua maestosità. Non ama farsi vedere e corre per cercare un riparo. Ma la collina è aperta per centinai e centinai di metri e noi non facciamo altro che filmare e scattare foto. L’inseguimento dura parecchi minuti fino a quanto la nostra 4x4 non può più andare avanti perché le due colline si separano. Più avanti scorgiamo un Ghepardo. Forse è una femmina incinta, ha la pancia che sfiora il terreno. È in piena attività cerca qualche preda. Fiuta il terreno e si muove nella Savana. Sale prima su una roccia, poi su un albero e marca il territorio, quindi su uno albero secco per scrutare l’orizzonte. La perdiamo quando si nasconde dentro dei cespugli. Proseguiamo e troviamo un gruppo di Leoni che sta spolpando una carcassa di Gnu. Sono le Leonesse a mangiare, i maschi saranno già sotto l’ombra con la pancia piena. Ci muoviamo e c’imbattiamo in un gruppo di Elefanti poi delle Giraffe, sono talmente vicine che le immortaliamo in formato tessera. Torniamo sulla scena del delitto e questa volta troviamo due giovani a mangiare. Sono sazi e giocano con la preda dilaniata come se fosse ancora viva. Qualcuno dice “training” che noi traduciamo in allenamento, per quando saranno grandi e dovranno cacciare. Antony si mette in prima fila oscurando la scena alle altre Jeep con qualche gestaccio da parte dei componenti delle spedizioni. Rimaniamo a filmare per qualche minuto, la scena è da documentario della BBC. Incontriamo altri Leoni e Ghepardi, ma sono distesi sotto l’ombra e non li degniamo nemmeno di una foto. Poi un gruppo di Avvoltoi che spolpa quel po’ che è rimasto di una carcassa di Gnu. Più in là uno Sciacallo, sicuramente già sazio. Ci fermiamo sulle rive di un affluente del Mara River che fa da confine tra il Parco e le Riserve Private. C’è un numero non ben decifrato di Ippopotami, ogni tanto affiora la testa di qualcuno dall’acqua, per scomparirne altre. Antony ne approfitta per guardare sotto alla 4x4, qualcosa non va già da Nairobi. È una corsa quella per tornare al Camp, si sceglie di uscire dal Gate del Sarova per costeggiare il Parco, non sappiamo il perché della scelta ma Antony più che una guida sembra un misto tra tassista e un pilota di rally con i suoi fuori pista a volte senza senso. Ci chiediamo se fossero tutti come lui il Masai Mara ben presto diventerebbe arido, una grossa distesa senza animali. Non siamo certo contenti di tornare così presto al Camp proprio nelle ore in cui gli animali riprendono le loro attività. Tornare per fare cosa? Antony non vuole sentire ragioni e ci spiega il programma del giorno seguente, l’ultimo per noi. Sveglia alle 7, colazione, visita ai Masai e partenza. Nel nostro programma inviato dall’Agenzia c’è il safari mattutino, di Masai ne abbiamo visti fino all’inverosimile ad Arusha. Ma lui non ne vuole saperne di discutere. Chiamiamo l’agenzia che non ci risponde. Ci manda un messaggio con –“richiameremo noi”. L’attesa è lunga e decidiamo di mandare un sms spiegando l’accaduto e sollecitando un intervento. Dopo un paio di ore ci rispondono che faremo il safari mattutino con un’altra guida, di non preoccuparci. Rispondiamo con un grazie.
Cena, qualche foto e via a letto.

Giorno 14

ULTIMO GIORNO È sempre l’accensione del gruppo elettrogeno a darci la sveglia, prima delle 6 abbiamo già fatto colazione e qualche minuto dopo siamo già pronti. Antony ci fa salire sull’auto e chiama al telefono. Incrocia nel cammino un’altra Jeep, ci dice di scendere e salire su di essa. La Guida è tranquilla, con loro tre Indiani, la donna s’interessa subito a noi e fa le domande di rito.
Un Ghepardo in piena attività, forse è la femmina incinta di ieri, lo notiamo dalla pancia. Cammina e corre nella Savana, la inseguiamo fino a che le distanze non ci permettono più di scorgerla. Gli animali sono numerosi ma non li degniamo nemmeno di uno scatto. Il cielo è coperto, siamo agli ultimi posti del mezzo con il vento freddo sulla faccia. Solo un gruppo di Scimmie ci fa alzare in piedi in cerca di qualche foto. Torniamo all’uscita con Antony che ci è venuto a prendere sulla strada. Ci porta al Camp per fare colazione, carichiamo le valigie e i due asiatici e si parte in direzione del vicino Villaggio Masai dove sono le due ex sovietiche e che noi riconosciamo essere quello visitato lo scorso anno. Nell’attesa ci mettiamo a giocare con dei bambini. Il linguaggio è universale non occorrono le parole. Sguardi, sorrisi, poi qualche gioco di prestigio per divertirli. Uno più grande, sdraiato ad un lato con un adulto, si avvicina. Vuole capire i trucchi, gli insegniamo i movimenti, ma non c’è tempo per vedere se sono stati appresi, si deve partire.
La macchina non va bene e Antony si ferma all’incrocio con l’entrata del Sarova dove ci sono un gruppo di case nel villaggio di Aitong. Chiede di un’officina. Arriva prontamente un tizio con una tuta sporca e strappata. S’infila sotto l’auto e osserva la ruota anteriore destra. Dice qualche cosa al “capo”, si allontana e torna dopo dieci minuti con un braccetto. Lo cambia in un batter d’occhio e soddisfatto aspetta la ricompensa. Antony paga il “capo” e parte va al tizio. Ci rimettiamo in cammino, la strada è piena di dossi e si scelgono i tratturi paralleli di terra.
Ci si deve riimmetere sulla strada a questo punto la 4x4 si blocca, una frenata con le ruote bloccate. Non capiamo. Antony scende e guarda la ruota, ci dice che l’auto si è rotta. Si mette al telefono mentre noi usiamo la Savana come Toilette. Aspettiamo una mezzoretta quando arriva il meccanico da Narok. Ci fa salire sulla sua auto e ci porta in città al ristorante dove avevamo mangiato all’andata, la russa e l’ucraina rimangono con Antony. Abbiamo appena terminato di pranzare che con nostro stupore li vediamo tutti e tre arrivare. Ci dicono che tutto è a posto e si può ripartire.
Ma noi con un’altra vettura che va a Nairobi, mentre loro, attraversata la Rift Valley svolteranno nell’altra direzione verso i Laghi. Saliamo e sull’auto c’è solo uno statunitense e una coppia di serbi. Le solite domande di rito con lei che si sforza a parlare italiano. Arriviamo in Città da una strada secondaria non prima aver lasciato l’Americano alla sua House e i serbi in Hotel.
CENTRO COMMERCIALE Ci lascia ad una pompa di benzina dove ad attenderci c’è un’autista mandato dall’agenzia. Il traffico è notevole, ma con disinvoltura s’infila in vie secondarie, ci dice che il nostro Hotel è dall’altra parte della Città. Ma tra una domanda è l’altra con nostro stupore vediamo il T-Mall, il centro commerciale di fronte al nostro Hotel. Scarichiamo le valigie non prima di averlo ringraziato. Ci rechiamo alla hall per farci ridare la 309 dei giorni precedenti. Le ragazze ci riconoscono e ci salutano, sorridenti e gentili come sempre. Una bella doccia “pulitrice” e siamo pronti per fare un giro al Centro Commerciale. La sorveglianza è attenta come se fosse un aeroporto. Entriamo al supermercato e notiamo che c’è di tutto ma i prezzi dei prodotti importati sono molto differenti da quelli locali. Compriamo del te e qualche cosa per la colazione del giorno seguente che abbiamo deciso di farla in camera utilizzando il bollitore dell’acqua in dotazione. Un giro anche negli altri negozi per farci un’approssimativa idea di ciò che va in Kenya. È ancora presto per cenare, torniamo in Hotel per posare le buste e sistemarle nelle valigie, poi di nuovo in strada per tornare al Taidy’s. C’è meno gente del giorno che ci eravamo stati, facciamo due calcoli e capiamo il perché… era domenica. Il menu è lo stesso, mezzo pollo arrosto e una birra ghiacciata allo stesso prezzo della volta scorsa.
RITORNO Torniamo in Hotel per collegarci alla rete, fare qualche telefonata e aggiornarci su ciò che è accaduto nei quattro giorni nella Savana. Ma i ritmi biologici ci fanno crollare presto e l’indomani, anche se non c’è nessun generatore che ci sveglia, alle 5.30 siamo già in piedi.

Giorno 15

Ci prepariamo la colazione e saliamo sul settimo piano per vedere Nairobi dall’alto. Il cielo è plumbeo e lo spettacolo non è quello di qualche mattina prima. Siamo pronti e ci facciamo chiamare un taxi per portarci all’aeroporto. Il tragitto è lungo ma senza traffico e in una ventina di minuti siamo arrivati. Ma prima c’è da scendere e fare la fila ad una specie di controllo, che l’anno prima non c’era. Il taxi (15 dollari) ci aspetta più in la, ci rifà salire e si rimette in marcia per il lungo rettilineo che costeggia la pista. Ci lascia al terminal e noi proseguiamo a piedi. L’imbarco si svolge velocemente, forse anche in anticipo. Come in anticipo è la partenza e quindi l’arrivo a Istanbul almeno mezzora prima del previsto. Siamo indecisi se uscire o rimanere all’interno. Poi optiamo per una sala d’attesa vuota, che ci permette di riposare. Ci imbarchiamo per Roma in orario e a mezzanotte italiana atterriamo.
Dobbiamo aspettare oltre un’ora per riavere i bagagli e mezzora per avere l’auto. Arriviamo a casa in piena notte quando nei Parchi era quasi l’ora di svegliarci.
La stanchezza è tanta come la voglia di tornare.
Ora le batterie sono cariche, con tanto desiderio di ricominciare.
Certo la malattia non è passata, anzi si è aggravata, la prognosi è categorica… inguaribili! Soffriamo di Mal d’Africa.

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