NUOVA ZELANDA: RAPITI E STRAVOLTI DALLA SUA NATURA

48 Voti ricevuti
Durata del viaggioDURATA VIAGGIO 30 Giorni Budget approssimativo a personaBUDGET A PERSONA Più di 2.000€ Diario di viaggio insiema aCON CHI In coppia Continenti VisitatiCONTINENTI VISTI Oceania
Vogliamo raccontarvi i nostri 30 giorni di pura libertà per cercare di trasmettervi la bellezza di un viaggio On The Road vissuto al secondo.
Questo itinerario ci ha condotto passo dopo passo nella terra di questo stato selvaggio e delicato nello stesso tempo.

Stati Visitati: Nuova Zelanda

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Gessica Porta Visualizza Profilo

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Giorno 1

Felici come due bimbi durante la loro prima gita, arrivammo nella “terra della lunga nuvola bianca” dopo 32 ore di viaggio, passate tra aeroporti e amici sconosciuti. Affittata l’auto e comprata la tenda eravamo pronti per iniziare, ma lì il mondo andava tutto al contrario, compreso il senso di marcia, il nostro primo ostacolo! come due anziani col cappello alla guida ci dirigemmo impacciati verso il nostro primo obbiettivo. Auckland, metropoli che fu per noi di grande impatto. Un infinito di sali-scendi fu la rovina per il nostro fiato, la Sky Tower feriva il cielo, la gente camminava scalza e i semafori? Quasi parlanti regolavano attraversamenti in diagonale.Forse un pò tutto troppo grigio, colpevole la giornata uggiosa, ma coinvolgente lo stesso, grazie anche alla catena di vulcani che abbracciavano la città.

Giorno 2

Verso sera la stanchezza iniziò a impadronirsi di noi, tanto che durante la notte in tenda il forte vento ci sembrò come aria condizionata in un albergo a cinque stelle. Niente di meglio. Una foresta presso Waitakere fu il nostro sballo personale il giorno successivo. Sembrava di stare dispersi nel film di Jurassic Park, dove non dinosauri, ma miriadi di uccellini accompagnavano ogni nostro passo con note da concerto di sala. Alberi e rami che si intrecciavano insieme a quelle foglie lunghe e frastagliate, tipiche dell’isola di John Hammond, sembravano proteggere il territorio. Bellissimo il pensiero che questo era solo l’inizio. Il resto della giornata lo trascorremmo passeggiando lungo la spiaggia nera di Piha. Lì Il vento si divertiva a giocar con noi facendoci quasi volteggiare. Arrivò il calar della marea, un invito dall’oceano a proseguire in quella parte di spiaggia più timida e riservata che solo per poche ore si mostrava, lasciando impronte silenziose che poi le onde si sarebbero portarono via come un segreto.
La sera, stesi sulla sabbia di Muriwai, i nostri occhi vennero accarezzati da un’immensità di colori e sfumature del cielo, in attesa del tramonto

Giorno 3

L’indomani, dopo un breve saluto alla colonia di gabbiani, dai suoni e dagli odori penetranti, il nostro percorso prosegui verso il lago Kai Iwi. Isolato nel verde con le sue acque limpide era provocante, ti seduceva, portandoti quasi a spogliarti per un bagno, ma il forte vento vinse ancora una volta e solo i piedi ebbero l’onore di fondersi con l’acqua. Solo dopo aver raggiunto la foresta di Waipoua, questo si calmò. Qui tre vecchie sorelle Kauri, nate dalle stesse radici, controllavano e regnavano sulla propria “casa” insieme al vecchio padre (Four Sister e Te Matua Ngahere). Fummo sorpresi dalla cura che il popolo neozelandese aveva per il proprio territorio, tanto che ad ogni cambio di ecosistema, prima di accedere alle foreste, bisognava disinfettarsi dal precedente, attraverso apposite stazioni. La sera un nuovo tramonto ci lasciò qualcosa che andava oltre il semplice piacere visivo, colpendoti l’anima e accompagnandoti nella notte pronti a sognare la nuova giornata.

Giorno 4

La mattinata fu dedicata al divertimento, costeggiando la Ninety Mile Beach raggiungemmo Te Paki per un pò di Sandboarding! Dopo aver sandnoleggiato una tavola da una famiglia al quanto bizzarra, presso una fattoria dispersa, ci dirigemmo nella zona delle immense dune di sabbia, salimmo fino in cima di esse, per poi scendere a tutta velocità, un gran divertimento! Il faro più a nord dell’isola, a Cape Reinga, ci accolse nel pomeriggio. Lì dove il Mar di Tasmania e l’Oceano Pacifico si incontrano, senza mai fondersi, generando un gioco di colori e onde al quanto mistico. Forse per questo considerato dai Maori luogo sacro, di passaggio all’aldilà. Il tutto era controllato da un faro imponente che segnava la rotta ai naviganti. Riposammo le gambe distesi su una delle spiagge di Karikari Penisula, che si trova scendendo un pò più a sud, un posto perfetto per rilassarsi. Riuscimmo a stare fermi solo un ora consapevoli della bellezza che ci circondava, così ci dirigemmo verso la Rainbow Fall, cascata di quasi 30 metri non molto lontano da noi. L’acqua che scendeva melodiosa e la natura tutta intorno non smetteva di impressionarci.

Giorno 5

Il giorno successivo, il cielo non fu dalla nostra parte, vento e pioggia si unirono contro i nostri progetti,ma questo non ostacolò il nostro itinerario. La giornata da passare tra spiaggia e delfini a Bay of Island si trasformò in una visita della città, molto turistica, perfetta per la caccia al miglior souvenir. L’escursione in barca avvenne l’ indomani, qualche delfino ci mostrò la propria pinna, ma la speranza di nuotare con loro non ci fu data, visto l’incerta presenza di cuccioli. A parte il pranzo carino su una spiaggia privata non fummo soddisfatti dell’esperienza, in quanto non rispecchiò il sogno promesso. Scesi dall’imbarcazione riuscimmo a correre in macchina giusto per l’arrivo del maltempo, la nostra meta era Whangarei Falls! Si trattava di una fragorosa cascata, essenziale per creare un’atmosfera perfetta, in quel luogo silenzioso. Dopo aver goduto di quella magnifica vista si ripartì per visitare una spiaggia di sabbia bianca, chiamata Pakiri beach. Il pomeriggio non era dei più favorevoli per essere trascorso in riva al mare. Nuvole nere, cariche d’acqua coprivano ogni angolo di cielo, creando un giusta armonia tra tranquillità e inquietudine. Surfisti cavalcano le onde del mare irrequieto, mentre i loro cani li osservavano vigili dalla riva. L’insieme di tutti questi elementi generava sensazioni indescrivibili a noi semplici osservatori.La notte la passammo nei pressi di Hot Water beach, in uno dei tanti campeggi forniti di tutto ciò che ad un viaggiatore poteva occorrere.

Giorno 6

La mattina ci dirigemmo su questa famosa spiaggia in cui, con la bassa marea, era possibile scavare una piscina termale. Sdraiati in una pozza di acqua calda ammirando l’alba filtrare dal cielo nuvoloso, sembrava di essersi persi in una realtà parallela, un mondo immaginario che si rivelò essere realtà. A pochi minuti di guida un altro paradiso era a nostra disposizione, la Cathedral Cove. Spiaggia dai colori tropicali in cui era presente un arco di roccia che permetteva l ‘accesso ad un’altra baia costellata da gabbiani. Il pomeriggio fu dedicato alla visita di Hobbiton, eravamo nella terra di mezzo! Tutto come uno si aspetta guardando i film di J.R.R. Tolkien, da i vari sentieri che collegano le abitazioni dei piccoli Hobbit, i campi coltivati, le basse staccionate, le porte tonde delle case, quella voglia di aprirle e trovarci dentro i “mezzuomini” dai piedi pelosi che sorseggiano birra di malto. Un paesaggio tenuto come se si stesse ancora girando il film e la splendida giornata di sole resero la visita da non dimenticare mai.

Giorno 7

In mattinata raggiungemmo Rotorua per una visita ai sui laghi e alle sue numerose sorgenti di acqua. Quella che più di tutte ci colpì fu Hamurana spring, qui da un profondo buco nella terra sgorgava linfa purissima che generava un piccolo fiume di acqua trasparente. Il verde della natura e l’azzurro del fiumiciattolo si affiancavano creando un dipinto dai contorni morbidi e colori vivaci, in contrasto con le linee nette dei tronchi slanciati che conducevano alla sorgente. La sera fu particolare e interessante in quanto cenammo in un villaggio Maori con pietanze tipiche, che andavano dalle patate dolci, cotte in una buca, alla tradizionale carne di pecora. Con la premessa che fosse solo una rappresentazione, in quanto il villaggio era una ricostruzione e i maori attori, fu una serata piacevole. Fummo accolti con uno spettacolo in cui venne raccontata la vita dei maori nei villaggi, la storia dei loro tatuaggi e su come si diventasse guerrieri. Il tutto si concluse con la loro danza tipica, L’Haka, un saluto prima dell’abbondante cena. L’ esperienza prosegui anche dopo il banchetto. Fummo condotti attraverso la foresta circondante per giungere a una sorgente sacra, le cui pareti erano abitate da vermi luminosi. Fu una serata emozionante.

Giorno 8

Dopo una lunga dormita, di nuovo carichi ci dirigemmo verso le Huka falls. Rapide di acqua azzurrissima e di una forza prorompente, che tentavano di fasi largo tra le rocce per tuffarsi frenetiche nel bacino sottostante. Non fu la prima volta che vedemmo queste rapide, in quanto furono la famosa via di fuga per i nani nascosti nelle botti nel film “Lo Hobbit”. Il fascino di questo luogo era data inoltre da una sorgente termale che si incontrava durante il percorso, in questa si creava una piccola piscina in cui potevi immergerti coccolato dalle sua calde acque anche nelle giornate più fredde. Goduto di ogni bellezza che la natura ci offriva, il percorso proseguì verso Turangi per un escursione nel parco nazionale del Tongariro, ma non tutti i giorni sono perfetti, così una lite scoppiata per futili motivi, divenne qualcosa di talmente grande da non permetterci di usufruire della giornata al meglio. Trascorremmo il resto delle ore lungo il lago Taupo e a rifornire il baule di tutto ciò di cui potevamo avere bisogno nei giorni successivi senza mai fiatare. Raggiungemmo solo verso sera New Playmounth in previsione della visita al monte Taranaki.

Giorno 9

Dal visito center del monte proseguimmo il nostro cammino intraprendendo diversi sentieri alla scoperta del monte. Il primo che seguimmo fu il Pooldawson-fall Loop tarck che conduceva attraverso una foresta fino ad arrivare a una piccola cascatella, a più livelli, dove in ognuno di questi si creavano piccole piscine. Quello che più di tutti ci colpì fu però la Dawson falls, 20 metri di pura eleganza, valorizzava l’ambiente circostante come se fosse la cravatta giusta su un abito perfetto. Fu impossibile non rimanere qualche istante scioccato dalla magnificenza del luogo, quasi selvaggio, prima di passare a immortalare questa visione. Dopo qualche chilometro di camminata e un pranzo veloce in auto sotto la pioggia si arrivò nella capitale, Wellington! Il percorso per raggiungere la città, tutto lungo la costa, fu uno spettacolo unico. Un susseguirsi di spiagge e prati incontaminati. Per alcuni chilometri ogni forma di vita umana sparì lasciando spazio alla natura che comandava l’aria, il sole e il vento in continuo mutamento. Con lo scorgere della città si ritorno con i piedi per terra, macchine ,edifici e il classico rumore da piccola metropoli ci fece capire che stavamo tornando “tra gli umani”!

Giorno 10

Wellington, era una metropoli di medie dimensioni che fondeva al suo interno la storia classica con quella moderna, attraverso edifici di ogni epoca. Trovammo negozi per ogni evenienza ma per lo shopping non ci fu speranza, dato i prezzi eccessivi rispetto la media italiana. Solo all’ora di pranzo, visto la numerosa quantità di ristoranti tipici che il posto offriva, decidemmo di non badare a spese e ci fermammo vicino al porto, attratti da un ristorante con numerosi pouf disposti nel prato antistante. Questo offriva un servizio all’aperto particolare, permettendoti di pranzare adagiato sull’erba scaldato dal sole, ma i posti erano pieni così ci adattammo ai normali tavolini, per un pranzo a base di Hangi revisionato in chiave moderna. E come smaltire al meglio se non con una bella camminata lungo la costa di Owhiro bay per raggiungere la seal colony!? la prima tappa lungo il sentiero furono le Red Rock, rocce di un colore rossastro nate grazie ad eruzioni vulcaniche sottomarine 200 anni fa, su cui le onde sbattevano penetrando in ogni insenatura. La curiosità di vedere per la prima volta le foche in un habitat naturale ci fece allungare il passo, ma la delusione fu grande quando trovammo un gruppo di turisti intenti a fotografare l’unica foca rimasta, che cicciotella riposava sotto il sole. La stagione non era quella giusta, ma fummo ripagati dalla vista del magnifico paesaggio costiero.

Giorno 11

Lo spettacolo che ci offrì l’ isola del nord giunse purtroppo al termine, in mattinata un traghetto ci condusse attraverso lo stretto di Cook fino a Picton. Visto la breve durata della navigazione, circa tre ore ci fecero accomodare nella sala ristoro principale, dove occupammo un tavolo con vista oceano nella speranza di intravedere qualche mammifero giocare tra le onde. L’aspettativa svanì quando, per colpa della stanchezza, le palpebre divennero pesanti e il dondolio della nave letale. Una volta attraccati ci dirigemmo a Nelson per un pò di rifornimenti di prima necessità e uno sguardo alla città. La destinazione finale fu Kaiteriteri dove, in una piccola spiaggia intima e dorata, fummo incantati dalle migliaia di conchiglie presenti sulla riva, tante le forme e sfumature che le rendevano tutte diverse, una cosa era certa: non potevamo lascarle li! Con i piedi a mollo nell’acqua, un pò freddina, iniziammo a raccoglierne una per una, fino ad avere le tasche piene di ricordi! Felici della nostra collezione tornammo al campeggio scelto per la notte, che come i precedenti era ospitale e pulito, con il prato per le tende pieno di anatre curiose.

Giorno 12

La notte passo velocemente e la sveglia ci ricordò che c’era una gita in kayak ad aspettarci! Una nave taxi ci portò su una delle spiaggia dell’ Abel KAYAKTasman National Park. Durante il tragitto ci fermammo a osservare la Split Apple Rock, una roccia dalla forma sferica che sembrava essere stata tagliata volontariamente a metà. Sbarcati sulla baia trovammo sulla riva i nostri kayak ad attenderci e dopo una breve spiegazione sull’uso della canoa fummo pronti per l’ avventura. La guida ci condusse per un percorso lungo la costa tra le correnti dell’oceano. Scogliere frastagliate e spiagge di sabbia bianca si alternavano in uno spettacolo unico, ammirato nonostante fossimo distratti dal tentativo di non sembrare due incapaci. Il timore più grande fu quello che potesse spuntare uno squalo intorno a noi, invece l’unico corpo che smosse la quiete di quelle acque fu quello di una piccola foca che curiosa si avvicinò a noi, probabilmente in cerca di mamma e papà. Dopo una bella pagaiata ci fermammo su una spiaggia paradisiaca per riposare e bere una bevanda calda. Riprese le forze e riportati i kayak alla spiaggia di partenza, fummo pronti per una camminata lungo la costa, per raggiungere una nuova spiaggia in cui fummo recuperati dalla nave taxi.

Giorno 13

La mattina proseguimmo il nostro viaggio verso sud per raggiungere West Port. Da qui iniziò la nostra discesa lunga la West Coast, la costa più disabitata della Nuova Zelanda, dove l’uomo non influenzava la natura e i benzinai erano un miraggio. A darci il benvenuto fu Cape Foulwind, promontorio in cui il forte vento spingeva le onde violente contro gli scogli creando uno spettacolo e una sinfonia tipica del Mar di Tasmania. Lungo il sentiero intrapreso incontrammo anche la Seal Colony, dove poter ammirare le foche che con i loro piccoli che, tra un bagno e l’altro, si asciugavano al sole. Qui fu strana l’immagine di come un animale pigro e statico potesse affiancarsi a qualcosa di frenetico e scatenato come quel mare. La giornata prosegui sulla spiaggia di Punakaiki, il tempo diventò nuvoloso, il grigiore creatosi ti avvolgeva lasciandoti con i piedi nella sabbia ma con l ‘anima sospesa. La spiaggia fu trapassata da un filo di tristezza subito portata via dal vento e rigenerata dalle molteplici emozioni che la toccavano. Il pomeriggio fu dedicato al divertimento attraverso un escursione organizzata. Raggiunto Greymounth e assegnati gli equipaggiamenti da parte della guida partimmo alla scoperta delle rapide di Toniwha blackwater a bordo di un ciambellone, sostando in una grotta buia, dove la volta era costellata da migliaia di vermi luminosi. Fu un’ avventura singolare.

Giorno 14

Il giorno seguente continuammo la nostra discesa lungo la West Coast, un lembo di terra che ha il clima più imprevedibile e piovoso della Nuova Zelanda,ghiacciai per raggiungere i ghiacciai. Le condizioni atmosferiche tipiche della zona furono contro di noi , già dal risveglio il cielo era coperto di nuvoloni neri e purtroppo rimase cosi per l’ intera giornata, la nostra speranza di esplorare e sorvolare in elicottero i ghiacciai di Fox e Franz Josef andò in frantumi. Decidemmo così di intraprendere la Fox Glacier valley walk, per raggiungere la lingua finale del ghiacciaio. Il luogo e il tempo resero questo percorso intrigante, le nuvole basse fondendosi con la cima delle montagne crearono un tunnel in cui fummo scortati dalla natura attraverso un sentiero ricco di cascate e corsi d’acqua. Coperti dalle nostre mantelle, dopo qualche ora di camminata, raggiungemmo finalmente il punto da cui osservare la base del ghiacciaio, ma niente da fare come un topolino si nascondeva dentro la tana concedendoci solo la sua coda. Non soddisfatti decidemmo di passare la notte a Franz Josef, nella speranza di un risveglio più fortunato per tentare un altro volo, ma questo non accadde, sempre per condizioni climatiche avverse , i ghiacciai rimasero perciò solo un sogno.

Giorno 15

Persa ogni speranza ci dirigemmo verso Haast per una sosta sulla spiaggia prima della svolta definitiva verso l’entroterra. Dopo un ora di guida persi queenstown nella natura tra strade tortuose raggiungemmo i laghi di Wanaka e Hawea, dove sostammo su una delle loro spiagge per un pranzo al sacco. Nel pomeriggio raggiungemmo Queenstown, piccola città dispersa tra le montagne, affacciata sul lago di Wakatipu. Fu questo il paese che più di tutti conquistò il nostro cuore, segnando con un colore indelebile il nostro itinerario, descrivere quello che abbiamo provato non è semplice ma ci proveremo. Prima del tramonto salimmo con la gondola sullo Skyline, da cui si poteva contemplare un panorama indimenticabile, la città e il lago venivano abbracciati dalle catene montuose circostanti, illuminate dalla calda luce del crepuscolo. Aspettando il tramonto, la leggera pioggerellina fu attraversata dai raggi del sole generando un arcobaleno che sovrastando la città rese il tutto ancora più suggestivo. Calato il sole tornammo in città, costeggiando il lago ci soffermammo su una spiaggetta, vicino al centro, per osservare le ultime sfumature del cielo prima di riscaldarci in un bar li vicino. A sera tarda tornammo al campeggio passando per Mall street, via piena di Bar, illuminata e calorosa! la sensazione era quella di trovarci in un paese conosciuto, sentirsi a casa nonostante i 18.537,78 km di distanza.

Giorno 16

Passammo la giornata successiva nei pressi della città. La mattinata fu dedicata al divertimento, surfando tra le rapide del fiume Kawarau. Accompagnati da una tavola e un gruppo di ragazzi pazzi ci gettammo nelle acque gelide del fiume, pronti a sfidare la forza della natura, inconsapevoli che la colazione fatta poco prima era in agguato e ci costrinse ad abbandonare a metà l’avventura per riattivare la digestione con una bevanda calda, osservando dall’alto i nostri compagni discendere il fiume. Ritornati alla base corremmo a mangiare qualcosa di leggero e veloce, prima dell’imminente gita a Glenorchy per vedere vari paesaggi presenti nella saga del Signore degli anelli. Un jeep ci condusse verso la scoperta di questi. La prima tappa fu la collina dell’ultima marcia degli Ent, con ai suoi piedi Isengard! Peccato per il brutto tempo che non ci diede l’opportunità di fermarci ad osservare quel paesaggio dove, attraverso l’immaginazione, si potevano vedere ancora i protagonisti solcare i terreni. Venne poi la volta del foresta di Paradise dove decadde Boromir e per finire la magica foresta di Lothlorien, dove alberi dal tronco sottile ma dalle spesse radici ti davano al contempo un senso di protezione e di insicurezza, in quanto sembravano nascondere qualcosa. Molto ma molto suggestiva!

Giorno 17

Dopo una nottata rilassante ci preparammo per una crociera tra i fiordi. Il pullman per raggiungere il porto di Milford Sound passo a prenderci di fiordlandprima mattina, forse fin troppo presto per il tempo che avremmo impiegato ad arrivare al porto. Poco dopo la partenza fu tutto chiaro, l’escursione comprendeva delle tappe che davano l’opportunità di ammirare il fascino dei luoghi incontrati lungo il percorso. Fummo stupiti dall’organizzazione e dalla bellezza della natura, partendo da pianure infinite fino al Mirror Lake un vero e proprio enorme specchio d’acqua,circondato da rocce che lo incastonavano come un diamante. Giunti a destinazione partimmo per la crociera tra i fiordi dove l’aria era forte, ma mai quanto le emozioni provate. Cascate eleganti scendevano delicate dalle alte colline, mentre altre più irruenti entravano con prepotenza nel mare. Foche pigre dormivano su scogli al sole godendo ogni giorno della tranquillità e della pace trasmessa da quel luogo. Attraccata la nave ci allontanammo da Milford Sound in pullman e fummo di nuovo sorpresi quando annuncio altre soste lungo il percorso, cascate e canyon ci attendevano insieme ai Kea curiosi pappagalli golosi di cracker. Alla fine della giornata i nostri occhi erano sazi di tanta bellezza, soddisfatti andammo a dormire con il sorriso.

Giorno 18

La mattina seguente ci lasciammo Te Anau alle spalle per raggiungere Double Sound, località nel sud del Fiordland. Ciò che ci attrasse di questa zona erano sentieri che ti conducevano alla scoperta dei fiordi e delle loro ricchezze, ma non fu tutto semplice. Le scarse indicazioni sulla partenza del percorso scelto furono la causa dello scoppio di una lite generata da tensioni ben differenti e nate precedentemente. Saltato il programma cercammo di ritrovare la pace su una spiaggia nei pressi di Manapouri, unica tappa della giornata prima di partire per Invercagill, capoluogo dell’isola del sud. Passammo le due ore di viaggio immersi nel silenzio delle nostre riflessioni, solo il rumore del vento sui finestrini ci accompagnò lungo il tragitto, strappandoci alla fine i nostri pensieri. Arrivati a destinazione e montata la tenda dopo uno doccia bollente ci dedicammo alla visita della città. Il centro di Invercagill offriva i servizi necessari che ci si aspettava da una cittadina ma nulla di più. Qualche museo era presente nella città ma le vere bellezze dell’estremo sud, degli spazi sconfinati, si trovano tutti nei dintorni di questa.

Giorno 19

Finalmente arrivò uno dei giorni più attesi di tutto l’itinerario. Avevamo prenotato un uscita in barca, non per vedere qualche isola o qualche scogliocage con forma particolare ma bensì per incontrare il grande squalo bianco! Si parti alle 07.00 del mattino e dopo circa due ore di viaggio si arrivò vicino alle coste di Stewart Island, tratto noto per le frequenti migrazioni primaverili dei grandi bianchi.Il personale a bordo e il capitano furono gentilissimi e disponibili, misero a disposizione per tutto il viaggio bevande calde e biscotti, successivamente per l’ora di pranzo allestirono un bel buffet. Ci diedero molte informazioni sul grande predatore e ci comunicarono che secondo le leggi della Nuova Zelanda era vietato dargli da mangiare. Dopodiché calarono la gabbia in acqua, una grande esca e della pastura per attirare gli squali. Dopo poco più di una mezz’ora comparve il primo esemplare, di quasi quattro metri, tre partecipanti vestiti a dovere e armati di GoPro entrarono in acqua, ma dopo alcuni minuti lo squalo, capito il tranello, sparì nell’oceano. Nel pomeriggio la nebbia scese all’improvviso rendendo difficoltosa la vista, per questo la troupe decise di rientrare, dando l’opportunità, a chi non era entrato in gabbia, di ripetere gratuitamente l’uscita il giorno successivo per riuscire a guardare negli occhi il re degli oceani.

Giorno 20

L’alba arrivò, la solita barca ci attendeva al porto di Bluff, il capitano Mike ci diede il benvenuto dopodiché si mise subito al timone. La giornata era splendida, una delle poche volte in Nuova Zelanda di un cielo limpido senza nuvole! Arrivammo al solito punto, dove non conviene fare un bagno rinfrescante, la gabbia venne calata e questa volta decidemmo di scendere per primi per evitare ancora di perdere l’opportunità di sfiorare uno squalo! Dopo un’ora abbondante di pasturazione ecco che una pinna tagliò l ‘acqua in due diretta verso l’esca da addentrare. Finalmente fu il nostro turno per fare visita a quel gigante! Non c’era nulla da dire, imponenti di fronte a tanta forza e un eleganza mai vista, ti guardava con le sue pupille nere attraverso la gabbia, puntandoti per poi sparire, creando ansia e suspance fino al suo ritorno. Scompariva e riappariva per azzannare l’esca con quei denti bianchi e affilati, noi terrorizzati dal pensiero che potesse di colpo spuntare dai lati attaccando e entrando nella gabbia, furono 15 minuti che per sempre rimarranno con noi. Una volta risaliti riguardammo ciò che avevamo vissuto attraverso i video, scambiando le riprese e le foto con gli altri coraggiosi. Una bella coperta e una cioccolata calda ci fece riprendere dal freddo provato all’ uscita dall’ acqua, in quanto fino a quel momento l’adrenalina ci aveva scaldato. Rientrammo nel primo pomeriggio al porto di Bluff, stanchi ma appagati al cento per cento.

Giorno 21

Col la pancia piena ripartimmo in direzione di Waikawa per visitare le scogliere di Curio bay e i suoi abitanti. Come già era successo in precedenza a Wellington, essendo forse la stagione sbagliata, ogni forma di vita si era allontanata dalla costa, ancora una volta gli uccelli in smoking non vollero mostrarsi ai nostri occhi. Solo per un istante fummo illusi della loro presenza, nel vedere in lontananza volatili simili che dopo un nostro rapido scatto non si rivelarono tali. Tristi per l’incontro mancato ci spostammo dalla scogliera alla spiaggia per una passeggiata rilassante, con un gelato in mano ci rinfrescammo prima di raggiungere Parakanui Fall. Questa a nostro gusto fu una tra le cascate più belle della Nuova Zelanda, una piramide creata dalla natura, 20 metri di pura magia, raggiungibile dopo un piacevole sentiero, non molto lungo. Purtroppo dovemmo lasciarci alle nostre spalle anche questo spettacolo per raggiungere entro sera la città di Dunedin, il paese più inglese della Nuova Zelanda nato da colonie scozzesi. Stanchi della lunga giornata, iniziata in acqua nelle prime ore del mattino, decidemmo di trovare un backpacker che ci ospitasse, per poter dormire tranquilli in un letto dopo tanto tempo. Come i campeggi anche questi ci stupirono per la loro pulizia e ospitalità, qui ogni sera condividevamo parte della nostra vita con perfetti sconosciuti che come noi condividevano la stessa avventura.

Giorno 22

Dopo una visita alla città ci spostammo lungo Otago Peninsula dove ci attendeva un escursione per osservare la vita delle foche e dei pinguini che moerakivivevano in un area protetta della penisola. Con un mini carro armato aperto ai lati aggrappati l’uno all’altro per non volar fuori visitammo il tutto, pioggia e fango finirono su tutti i nostri vestiti, la noia li non era conosciuta! Il gioiello di questa riserva era il pinguino dagli occhi gialli, il più raro al mondo! finalmente il nostro primo pinguino, anche se visto da molto lontano! Ci cambiammo velocemente in macchina per poi raggiungere la via abitata più ripida del mondo, Baldwin Street. Arrivammo in cima senza fiato ma in nostri piedi erano su un guinness world record! Dopo qualche scatto ripartimmo per vedere i Moeraki Boulders nell’omonima spiaggia. Una cinquantina di massi enormi, formati da sedimenti del fondo marino tramite processi che ancora rimangono misteriosi, popolavano la baia, la pioggia attorno a loro creava un po di malinconia ma positiva, altra emozione sulla nostra pelle. Il tramonto arrivò mentre raggiungemmo Oamaru, dove decidemmo di aspettare il rientro dei pinguini dall’oceano alla costa, ma l’unica cosa che giunse fu il freddo e la fame, dei pinguini neanche l’ombra. Ormai tardi i campeggi chiusero, solo una signora rispose alle nostre chiamate per accoglierci in una camera bungalow isolata, aria spettrale, niente illuminazione e la classica altalena cigolante abbandonata nel mezzo della fattoria. Non poteva dormire già anche lei?

Giorno 23

La mattina scappammo da quel campo per raggiungere nuovamente la spiaggia di Oamaru, nella speranza di intravedere qualche pinguino, ma dopo COOKuna breve passeggiata sulla spiaggia isolata decidemmo di andare in città per una tranquilla colazione all’italiana. Con lo stomaco pieno risalimmo in auto per dirigerci verso l’entroterra e raggiungere il lago di Pukaki. Dopo due ore di viaggio lungo la SH83 arrivammo al lago cuore dell’isola del sud, come lei arrivò al nostro. Ci soffermammo al Lake Pukaki visitor center per il pranzo, seduti a un tavolino vicino al lago, pensammo di esserci ritrovati in uno di quei documentari dai paesaggi esilaranti, dove il tuo unico pensiero guardandolo era “io non ci potrò andare mai”. Invece era realtà. Proseguimmo il viaggio secondo l’itinerario, lungo la costa del lago scorgendo di tanto in tanto il Monte più alto della Nuova Zelanda, meta finale della giornata. Giunti ai piedi del monte Cook lasciammo la macchina per intraprendere un sentiero attraverso la valle di Hooker, tra rocce e sterpaglia, attraversando tre lunghi ponti, e una passerella di legno tra paesaggi magnifici prima di raggiungere il lago dall’ omonimo nome. la lunga camminata nella libertà, ci aprì lo stomaco e decidemmo di cenare in una delle poche strutture presenti. Per la notte fummo meno fortunati, il tutto esaurito ci costrinse a dormire nell’intimità della nostra auto, su morbidi sedili e attrezzi da campeggio.

Giorno 24

Il risveglio non fu uno dei migliori, la scomodità e i primi raggi del sole ci costrinsero ad alzarci di mattina presto, inoltre la spia luminosa all’ accensione della macchina ci ricordò che la benzina era agli sgoccioli, ma la pompa 91 nella zona era inesistente. Nel terrore di rimanere a piedi partimmo col folle schiacciato, sfruttando al massimo la forza di gravità per scendere lungo la costa e raggiungere il primo benzinaio, a 35 km di distanza. Col serbatoio carico, dispiaciuti per aver lascito così presto il monte, tornammo sui nostri passi per intraprendere un nuovo percorso e raggiungere i Blue Lakes e Tasman Glacier view. Insieme a noi arrivò anche il maltempo, nuvole grige coprirono il cielo e una leggera pioggerellina cominciò a scendere. Iniziammo il nostro percorso attraverso una serie infinita di gradini, che misero alla prova i nostri poveri polmoni. La prima tappa, incontrata lungo il cammino, furono i Blue Lakes, che tanto blu non erano, in quanto a causa di fattori fisici, che ora non ricordiamo, avevano assunto un colore verdastro. Proseguimmo poi la nostra salita fino a raggiungere la cima, da qui si poteva ammirare un paesaggio magnifico guardando sia verso nord che sud. Da un lato si poteva scorgere un lago dal colore biancastro, molto caratteristico, creatosi dallo scioglimento dei ghiacciai, mentre dall’altra si poteva ammirare l’intera vallata. Soddisfatti dello scenario tornammo alla macchina per dirigerci verso Christchurch, dove passammo la nottata.

Giorno 25

Al nostro risveglio, dopo un abbondante colazione, fummo pronti per una cavalcata attraverso i boschi circostanti la città. Fu la prima volta che salimmo in sella ad un cavallo. Dopo una breve introduzione ci avviammo verso l’esterno del maneggio per iniziare il lungo percorso, ma i problemi non tardarono. Entrati nella foresta, come bimbi immersi in un mondo di cioccolato, i cavalli persero l’attenzione rispetto il percorso da seguire, per buttarsi a capofitto tra il fogliame e ingurgitare ogni foglia disponibile. Le redini tirate e i leggeri calcetti ai fianchi furono inutili, nessuno aveva il controllo del cavallo, e la situazione diventò comica. Col passare dei minuti e l’aiuto delle guide fu ripreso l’ordine e proseguimmo il cammino. Finita l’esperienza, relativamente breve,le nostre chiappe erano a pezzi e la nostra opinione sui cavalli cambiata. All’apparenza regali erano pur sempre animali. Il pomeriggio visitammo velocemente il centro di Christchurch, questa fondata da un colone inglese rispecchiava in molti aspetti architettonici l’Inghilterra vittoriana. Erano ancora evidenti i segni lasciati dal violente terremoto che colpì la città nel 2011, ma non per questo si era arresa. In una piazza fu ricostruito attraverso container un piccolo centro, con negozi di vario genere e bar. Fummo molto colpiti dall’atmosfera di quel posto che dovemmo abbandonare dopo poco per raggiungere Kaikoura entro sera.

Giorno 26

Un nuovo giorno ebbe inizio. Allacciamo le scarpe da trekking pronti per una camminata lungo la costa sulla punta di Kaikoura Peninsula. Qui lewale foche prevalevano rispetto l’uomo, sdraiate sugli scogli a riposare al fresco erano le padrone della loro della città. Dall’alto della scogliera, seguendo il sentiero, la vista fu eccellente anche questa volta. L’oceano incontrava la terra generando onde che allietavano i suoi abitanti. Scendendo poi verso la spiaggia, l’aria cambiò, infatti gabbiani e altre specie di volatili apparsero ai nostri occhi agitati, volteggiando frenetici attorno a noi. Scoprimmo in seguito che la colpa fu nostra, in quanto eravamo in luogo di nidificazione, rischiammo di prendere qualche beccata ma in modo scaltro ci allontanammo dalla zona per proseguire il resto del tragitto. Giunto il pomeriggio ci aspettava un uscita in mare! Questa volto il nostro obiettivo erano i grandi capodogli che popolano le acqua di Kaikoura. Ci volle circa mezz’ora di navigazione per incontrare l’ enorme Sperm Whale. Attorno a lei si creò il silenzio, come se avesse il potere di placare tutto ciò che la circondava e dopo 10 minuti avvenne la magia. Si immerse nel mare con un movimento delicato, come da tuffatore olimpionico, fece sparire il corpo ed emergere la coda, che come una mano sembrò salutarci per poi sparire nelle profondità dell’ oceano. Ci lasciò un po l’amaro non aver potuto vedere questo animale nel pieno delle sue dimensioni e pensammo a un metodo per soddisfatto la nostra curiosità.

Giorno 27

Anche questo giorno ci svegliammo col sorriso! Il ritrovo al “Dolphin Encounter” era per le 06.30, finalmente era arrivata l’ora di nuotaredelfini seriamente nell’oceano circondati dai delfini, molto numerosi nelle acque di Kaikoura! Gli organizzatori ci dettero tutta la vestizione necessaria e dopo una introduzione su ciò che ci aspettava partimmo con il bus, per raggiungere la nave che ci avrebbe condotto in oceano aperto. Dopo circa venti minuti di navigazione la barca fu circondata da un infinità di Dusky Delphin, che spuntarono dall’acqua per giocare con le onde create dal movimento dell’imbarcazione. Una sirena ci avvertì che era arrivato il momento di tuffarsi in acqua dal retro della barca, in pochi secondi fummo circondati da questi stupendi mammiferi. Questi erano animali furbi e giocherelloni, ti sfioravano, ti nuotavano intorno a cerchio per poi sparire e riapparire con maestosi salti, ti rispettavano come se anche tu fossi parte del gruppo dandoti il benvenuto nel loro territorio. Ad ogni spostamento dei delfini salivamo in barca per inseguirli e poi rituffarci, continuammo per circa due ore. Fu meraviglioso il senso di libertà provato nel poter nuotare liberamente nel mezzo dell’oceano con i sui abitanti, una sensazione che sulla terra ferma è difficile percepire. Un senso di indipendenza e allo stesso tempo di protezione dato dai delfini, che nuotandoti accanto sembravano proteggerti da ogni pericolo. Sfortunatamente il tempo finì e dopo una bevanda calda a bordo si ritorno a Kaikoura per le 11.30/12.00 dove pranzammo con due toast.

Giorno 28

Dopo una mattina in acqua decidemmo di toccare il cielo. Visto che la vista delle balene dalla nave non ci soddisfò più di tanto, decidemmo di vedere dall’alto questi enormi odontoceti a bordo di un elicottero e approfittando dell’occasione sorvolammo l’intera costa di Kaikoura. Verso le 2.30 l’elicottero azionò le pale e ci staccammo dal suolo. Dopo un leggero traballio iniziale fummo pronti per la conquista della costa. Sorvolammo l’oceano ammirandone ogni sfumatura e movimento. Gruppi di delfini nuotavano nell’acqua blu, mentre più a riva le foche giocavano sugli scogli. Atterrammo su una collina da cui si poteva ammirare un panorama da urlo, da un lato si poteva contemplare l’oceano e le sue spiagge, dall’altro l’entroterra studiando le forme di ogni posto, grazie alla posizione elevata che dava un punto di vista nuovo. Ripartimmo verso l’oceano per sorvolare il capodoglio, era enorme! 18 metri di lunghezza e tranquillità, trasformandosi ritmicamente in fontana quando respirava dallo sfiatatoio. Si immerse con grande classe e sparì in profondità. Tornati alla base dedicammo le ultime ore a disposizione per visitare il piccolo paese di Kaikoura, composto prevalentemente da ristoranti e negozi di souvenir. Ci innamorammo di questo luogo per le emozioni che riusci a trasmetterci in sole 48 ore, ma il pomeriggio finì e con l’arrivo della sera ci spostammo ad Hanmer Springs.

Giorno 29

Questa era una piccola cittadina persa tra le montagne a nord della regione di Canterbury. Meta famosa sia per le attività invernali che estive, inbungee particolar modo per l’Hanmer springs thermal pool, piscine termali intorno alle quali il paese si era sviluppato. Decidemmo però di distaccarci dalla tradizione dei viaggiatori per passare una mattinata alternativa, facendo visita al Hanmer Spring Health Center per un problema fisico, che mise un freno alla nostra avventura. Dopo un paio di ore, grazie all’organizzazzione della struttura e un veloce bendaggio, fummo di nuovo pronti a riprendere la giornata. La mattinata la trascorremmo girando il paese, dove la monotonia dell’asfalto era continuamente spezzata da alberi e giardini. L’unica cosa che ci attrasse più di tutto fu quel piccolo negozietto che proponeva scariche adrenaliniche di vario genere. Trillseekers jatboating, bungy jumping o canoe safari? La scelta ricadde sul bungy jumping, ma visto l’infortunio di uno di noi, che capitato al momento giusto si trasformò in scusa, fu prenotato un solo salto. Arrivata l ‘ora X salii su quel ponte a 37 metri di altezza, guardai verso il basso l’acqua scorrere sotto di me, piegai le ginocchia e saltai nel vuoto. Il silenzio venne rotto da un mio urlo, non so ancora bene se liberatorio o di terrore. L’unica cosa di cui sono certa è che durante i rimbalzi il corpo seguiva l’andamento dell’elastico mentre i miei organi andavano in direzione opposta. Una scarica di adrenalina unica, che però cancella parte dei ricordi dell’avventura. La sera salutammo il sole che calò dietro le montagne.

Giorno 30

A mal in cuore il viaggio stava per terminare, così in mattinata tarda ci dirigemmo verso Christchurch, dove l’indomani sarebbe partito il nostro aereo. Passammo la giornata passeggiando per la città, attenti ad osservare ogni cosa per non dimenticarla mai. Tornammo nel centro di Christchurch per un saluto a quell’ area piena di vita, composta da negozi-container, che tanto ci aveva colpito. Il nostro unico pensiero era di vivere per un’ultima volta tutte quelle sensazioni provate nel mese precedente, un senso costante di libertà e impotenza davanti alla bellezza della natura, di indipendenza e consapevolezza di quella vita. Purtroppo la giornata arrivò al termine e ci scontrammo con la realtà. Era giunta l’ora di preparare i bagagli, ma questi vennero riempiti di ricordi e lacrime, abbandonammo i nostri vestiti in Nuova Zelanda per far spazio a tutto ciò che rappresentava, in un modo o nell’altro, la nostra avventura.

La nottata fu passata insonne e l’alba ci ricordò che un volo ci attendeva. Il nostro itinerario era completamente evidenziato,ogni nostra tappa era stata vissuta.

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